L’importante è il pensiero copertina
Un racconto di Analcoholic

L’importante è il pensiero

24 aprile 202616 minuti di lettura

“La smetti di guardare il culo alla cameriera?” mia moglie me lo disse con aria apparentemente sorridente ma con un tono acido, mentre allungava il suo bicchiere verso il mio per un altro brindisi. Stavamo festeggiando il mio compleanno ed eravamo andati via per un weekend. Stavamo facendo una cenetta romantica ed il mio sguardo, in effetti, era stato catturato molte volte dal perfetto fondoschiena della ragazza che ci serviva. A mia discolpa era un culo veramente notevole, sodo e sporgente, valorizzato dai leggings che indossava. Non potevo negare le mie colpe, l’unica era provare a giustificarmi, confidando nella clemenza di cui godevo per il fatto che fosse la mia festa.

“Che ci posso fare? L’hai visto com’è?”

“Sì che l’ho visto. Per quello ti dico di smettere di guardarlo…”

“Quindi ammetterai che si fa fatica a non guardarlo…”

“Effettivamente sì.”

“Piace anche a te?”

“Certo che piace anche a me… cazzo, è perfetto… chissà quanta palestra fa per avercelo così…” il tono era di acida gelosia ma anche di ammirazione.

La cameriera arrivò e si fermò al tavolo vicino al nostro, permettendoci di ammirare le sue forme perfette. Io e mia moglie le fissammo il culo e poi incrociammo il nostro sguardo, entrambi con aria sorniona.

“Quindi, sono perdonato?” le chiesi provocandola e apprezzando il fatto che anche a mia moglie piacesse guardarlo, nonostante non avesse pulsioni bisessuali da quel che sapevo (ma a me piaceva immaginarle, comunque).

“Consideralo un regalo, visto che è la tua festa… ma non esagerare.”

“Grazie, apprezzo il pensiero…”

Entrambi mandammo giù un sorso di vino senza smettere di fissarci. Quella breve conversazione aveva sbloccato qualcosa ed elevato il livello di allusione erotica della serata che già prometteva bene in partenza essendo via per quel weekend proprio per godercelo fra noi, sesso compreso.


“Allora ti piaceva proprio tanto quella cameriera?” mi chiese mia moglie mentre passeggiavamo per le vie del centro cittadino, dopo cena.

“Aveva un gran bel culo.” risposi io, ormai tranquillo.

“Meglio del mio?”

“Che domanda è?” chiesi temendo una trappola.

“Dai, puoi dirlo. Sii sincero.”

“Ok. Dal punto di vista puramente visivo possiamo dire che il suo culo fosse meglio del tuo. Ma aveva anche vent’anni in meno. Non sono comparabili. E lo sai che il tuo culo lo adoro da sempre e il tuo culo non è solo bello da guardare… è erotico… ha tutta una storia il tuo culo… non è solo un culo per me… è IL culo.”

“Quello della cameriera invece era solo bello da guardare? Non era erotico? Non ti ha fatto venire i pensieri che ti fa venire il mio?”

“No, no, certo che era erotico e che mi ha fatto venire dei pensieri. Ma il tuo è un culo che realizza i desideri… quello faceva solo venire fantasie…”

“Che fantasie? Dimmi che pensieri hai avuto…”

“Fantasie… così in generale…”

“No, dai. Dimmi di preciso qualcosa che hai pensato… so che l’hai fatto, ti conosco.”

“Ok. Va bene. Vuoi sapere cosa ho pensato? Ho immaginato quella ragazza che tornava a casa, rientrava dal suo ragazzo. Lo svegliava andando a letto. Lui le chiedeva come era andata e lei gli diceva bene, tranne per il fatto che c’era un cliente che continuava a guardarle il culo. Lui allora si ingelosiva un po’ e le chiedeva se le aveva dato fastidio e lei diceva sì… ma poi gli diceva che si era anche eccitata… e allora lui le diceva che era una troia ad eccitarsi e che lo faceva apposta a provocare i clienti allupati e quindi andava punita e… insomma… la girava e la inculava e lei gli diceva che stava pensando fosse quel cliente a farlo… perché stai ridendo?”

“Rido perché sei il solito porco che non si limita a guardare ma deve subito costruire una storia che faccia da contorno alla sua erezione. L’avevo notata, sai? Avevo visto che ti era venuto duro. Per questo ti ho provocato su di lei. Però tu sei fortunato ad avermi come moglie perché in quel momento ho deciso di provare a farti un regalo. Non so se riuscirà, ma spero che apprezzerai il pensiero. Sai, anche io sono capace di inventarmi delle storie erotiche.”

“Cioè? Che regalo?”

Mia moglie mi spinse contro un angolo buio di una viuzza del centro storico, iniziando a baciarmi e tastandomi tra le gambe dove ero già mezzo duro a causa di quei discorsi.

“Mentre sei andato a pagare, prima di raggiungerti, ho avvicinato quella cameriera. Le ho lasciato una mancia e un bigliettino.”

“E cosa c’era scritto?”

“Sei piaciuta molto a mio marito. Se ti interessa farci compagnia stasera… e ho messo il mio numero.”

“Non ci credo… Quanto le hai lasciato di mancia?”

“Venti euro. Tanto per essere una mancia. Poco per chiedere un incontro. Abbastanza per farle capire che se vuole ce n’è ancora per lei.”

“L’hai trattata un po’ da puttana, quindi.”

“Se vuole fare la puttana, le faremo fare la puttana. Se vuole solo invece solo essere trasgressiva, la faremo essere trasgressiva.”

“Probabilmente non vorrà essere ne l’una ne l’altra.”

“Forse. Però da come mi ha guardato… aspettiamo il suo fine turno.” mi diede una strizzata al cazzo, ormai del tutto duro.

“Comunque grazie, per il pensiero. Sei una moglie fantastica.”

“Lo sai che mi piace assecondare il tuo essere porco.”

“Ma facendo tu la mia porca.”

“Questa volta forse no… vediamo…”

“Cazzo… ti chiederei di succhiarmi il cazzo qui… per strada… mi hai troppo eccitato…”

“Vorrei farlo… non sai quanto… ma…”

“Ma?”

“Ma aspettiamo di sentire se mi contatta… non vorrei toglierti energie per lei… devi essere in forma per quando la incul…”

“Smettila.” le tolsi la mano che premeva sul mio cazzo.

“Perché?”

“Perché mi fai venire lo stesso…”

“Per così poco?”

“Ti pare poco una moglie che ti promette una scopata con un giovane ragazza dal culo perf… basta non farmelo dire… devo calmarmi.”

“Ok. Calmiamoci. Passeggiamo. Aspettiamo di sentire se il mio telefono vibra… male che vada ti accontenterai del mio…”

“È un bell’accontentarsi…”

Poco dopo, mentre continuavamo la nostra passeggiata notturna diretti verso il B&B presso cui alloggiavamo, mia moglie si fermò improvvisamente. Aveva sentito il telefono vibrare. Lo tirò fuori e lesse il messaggio che le era arrivato.

“È lei?” chiesi subito io impaziente e speranzoso.

Lei annuì ma poi fece una espressione strana e le venne da ridere.

“Mi sa che ti devi accontentare del pensiero…” disse e riprese a camminare.

“Aspetta! Perché ridevi? Cosa ha risposto?” le chiesi seguendola, incuriosito dalla sua reazione.

Mia moglie camminava. Guardava avanti. Il telefono l’aveva rimesso in borsa.

“Aspetta.” la presi per un braccio. “Cosa ha scritto?”

“Niente. Lascia perdere.”

“No. Dimmi cosa ha scritto.”

“È una cosa imbarazzante.”

“Imbarazzante per chi?”

“Per te.”

“Peggio di così non può andare. Dimmi.”

Si fermò. Si girò. Aveva ancora quella faccia strana, a metà tra il divertito e il non sapere bene come dirlo.

“Ha scritto che è lusingata. Ma che avrebbe preferito piacere a me. Non a te.”

Ci misi qualche secondo a realizzare.

“Cioè…”

“Cioè è lesbica. O giù di lì.”

“Ah.”

“Già.”

Riprendemmo a camminare. Lei mi stava accanto e sentivo che cercava di non ridere. Ci riuscì per circa quattro passi, poi mollò.

“Smettila.” dissi.

“Non rido di te.”

“Ridi di me.”

“Rido della situazione.”

“Stessa cosa.”

Erano forse trenta secondi che avevo saputo la cosa e già il mio cervello stava fantasticando. Era partito da solo, senza chiedermi il permesso. Come sempre.

“Senti.” dissi.

“No.”

“Non ho detto niente ancora.”

“Lo so già cosa stai per dire e no.”

“Invitala lo stesso.”

“No.”

“Vacci tu con lei.”

“Assolutamente no.” rise di nuovo. “Sei matto.”

“Pensaci.”

“L’ho già pensato. No.”

“Dici no troppo in fretta.”

Camminammo un po’ in silenzio. Il centro storico a quell’ora era quasi deserto. I sampietrini lucidi, qualche lampione. Bella città, davvero. Peccato che in quel momento stessi pensando ad altro.

“Ti aveva colpita.” dissi.

“Come tutte le donne con un bel culo.”

“No. Intendo in un altro senso.”

Pausa.

“Non dire cazzate.”

“Non ne sto dicendo. Ti aveva colpita. L’ho visto come tu hai visto che aveva colpito me.”

“Hai visto quello che volevi vedere.”

“Forse. O forse hai visto lei e ci hai fatto un pensiero.”

“Tutti fanno pensieri. I pensieri non significano niente.”

“I pensieri significano tutto. Me l’hai insegnato tu, questa sera.”

Lei rise. Piano, però. Quasi tra sé.

“Sei irrecuperabile.”

“Lo so. Ma stavo dicendo una cosa seria.”

“Quale?”

“Che potresti andare tu con lei. Io sto in un angolo. Prometto che non rompo. Vi guardo e basta.”

“Chi ti dice che avresti qualcosa da guardare, non succederebbe niente.”

“Non è detto, potresti scoprire nuove voglie.”

“Ah, quindi sarebbe un regalo per me?”

“Anche.”

“E il fatto che tu staresti lì a farti una sega guardando non c’entra niente.”

“Quello è un dettaglio.”

Silenzio. Sentii che il ritmo dei suoi passi era cambiato leggermente. Rallentato.

“Non lo farei mai.” disse.

“Mai è una parola grossa.”

“Nel mio caso è la parola giusta.”

“Non hai mai pensato a come sarebbe?”

Altro silenzio. Più lungo.

“Questo non lo ammetto.”

“Perché non c’è niente da ammettere, o perché c’è troppo?”

“Sei stancante.”

“Lo so. Rispondimi.”

Ci fermammo davanti a una vetrina chiusa. Non guardavamo niente in particolare. Lei fissava il vetro.

“Era carina. Va bene.” disse alla fine.

“Era più che carina.”

“E aveva quel modo di muoversi…”

“Già.”

“Non significa niente.”

“No, certo.”

“E non lo farei comunque.”

“No, certo.”

“Smettila di darmi ragione.”

“Perché?”

“Perché quando mi dai ragione così vuol dire che stai aspettando.”

“Sto aspettando cosa?”

Lei si girò e mi guardò.

“Che mi convinca da sola.” disse.

Non risposi. Aveva ragione. Era esattamente quello che stavo facendo. Con le nostre esperienze trasgressive era sempre andata così. Era lei che doveva convincersi e non andava forzata, solo assecondata, perché poi ci arrivava. Non era meno porca di me, anzi. Doveva solo superare una barriera iniziale.

“In fondo…” disse poi, lentamente.

“In fondo?”

“In fondo lei non ha detto no a me. Ha detto no a te.”

“Esatto.”

“E io non ho mai…”

“Lo so.”

“Non è detto che mi piaccia.”

“No, non è detto.”

“Potrebbe essere una roba imbarazzante e basta.”

“Potrebbe.”

“E tu staresti davvero in un angolo.”

“Giuro su tutto quello che ho.”

“Cosa cazzo vuol dire? Mica rischi di perderlo veramente se non rispetti il giuramento.”

“Giuro sul tuo culo, allora. Che per me vale più di qualsiasi cosa. Ci rinuncio per… un anno… se non mi comporto come ho promesso.”

Rise. Poi tirò fuori il telefono.


Non so bene cosa si dissero. Mia moglie scrisse, aspettò, riscrisse. Io cercai di non guardare lo schermo e ci riuscii per circa dieci secondi. Poi smisi di provarci.

La risposta arrivò in due messaggi. Mia moglie li lesse, fece una faccia, poi mi passò il telefono.

Il primo diceva: ok ma lui sta fuori dalla stanza.

Il secondo: anzi no. può stare ma non ci tocca.

Guardai mia moglie.

“Avresti accettato anche la prima condizione?” chiese.

“Sì, pur di farti andare con lei.”

“Non ti sembra di cedere un po’ troppo facilmente?”

“Assolutamente sì. E me ne frego.”


Erano le undici e mezza quando bussò alla porta del B&B. Aveva ancora i leggings. Aveva aggiunto una giacca. Si chiamava Flavia.

Mia moglie la fece entrare. Io ero già seduto sulla poltroncina nell’angolo. L’avevo posizionata con cura, quella poltroncina. Buona visuale, distanza rispettosa.

Flavia mi guardò un po’ contrariata.

“Quindi lui sta lì.”

“Lui sta lì.” confermò mia moglie.

“E non rompe.”

“Non rompe.” confermò ancora lei, e mi lanciò un’occhiata tagliente.

“Ok.” disse Flavia. Si sedette sul bordo del letto.

Ci fu un momento di imbarazzo. Uno di quei momenti in cui nessuno sa bene come si inizia una cosa del genere. Mia moglie era rigida. Flavia aspettava. Io quasi non respiravo per evitare ogni minimo disturbo alle due donne.

Poi Flavia si avvicinò a mia moglie e le prese il viso tra le mani. La baciò piano. Mia moglie non si mosse, poi si ammorbidì le labbra e tirò fuori la lingue e smise di essere rigida.

Le vidi sciogliersi entrambe lentamente, con Flavia che anticipava sempre mia moglie di alcuni istanti.

Si svestirono a vicenda con una lentezza che mi stava uccidendo, ma nel senso buono. Mia moglie aveva le mani leggermente incerte. La ragazza invece sapeva esattamente quello che faceva. Quando le sfilò il reggiseno e la guardò, aveva un’espressione vogliosa che trovai tremendamente erotica pur non essendo diretta a me.

Poi la spinse piano sul letto e scese lungo il suo corpo e mia moglie smise del tutto di pensare a me o a qualsiasi altra cosa al mondo.

Lo sentii da un gemito che fece. Era un suono diverso da quelli che faceva con me. Più sciolto. Come se qualcuno avesse tolto un freno che io non sapevo nemmeno ci fosse.

“Dio.” disse mia moglie. Solo quello.

Flavia continuava. Mia moglie si contorceva. Poi sentii un altro suono, diverso, un piccolo grido soffocato, e capii che le aveva infilato le dita da un’altra parte e la stava stimolando piano con pazienza e con una competenza che mi fece sentire leggermente inadeguato per alcuni secondi. Poi tornai a guardare e l’inadeguatezza passò, rimase solo altro.

Erano nude entrambe. Flavia era esattamente come l’avevo immaginata. Forse meglio. Quel culo, visto così, da quella distanza, con quella luce fioca, era una cosa fuori dal normale.

Non riuscii a stare zitto.

“Ti piace così tanto farla godere di culo?” dissi.

Lei si girò a guardarmi. Non sembrava infastidita, solo sorpresa che avessi parlato.

“Sì.” disse.

“Perché ti piace farlo o perché ti piace così anche a te?”

Pausa.

“Tutte e due le cose.”

Mia moglie aprì un occhio e mi guardò come a dire: stai esagerando, non fare cazzate e non rovinare tutto. Io le risposi con un’espressione che spero comunicasse: è più forte di me, scusami, ma prometto di fermarmi in tempo.

“Posso giocarci anch’io?” chiesi. “Con il tuo.”

Forse sì, stavo esagerando e non sapevo fermarmi in tempo.

Flavia si raddrizzò. “No.”

“Non con quello che pensi. Solo con le mani. O con la bocca.”

“Non lo faccio con gli uomini.”

Mia moglie si tirò su sui gomiti. Guardava la ragazza. Aveva ancora gli occhi mezzi chiusi per quello che aveva appena smesso di fare.

“Ascoltalo.” disse a Flavia.

“L’ho ascoltato. La risposta è no.”

“Sì, ma…” mia moglie si sedette del tutto. “Neanch’io pensavo di farlo con una donna. Stanotte. E invece eccomi qui.”

“È diverso.”

“È diverso perché sei tu a deciderlo.”

Flavia non rispose subito.

“Non mi ha mai fatto niente un uomo lì.” disse poi.

“E allora?” disse mia moglie. “Neanche a me me l’aveva mai leccata una donna. Qualcosa di nuovo può piacere.”

“O può non piacere.”

“Sì. Può anche non piacere. Ma almeno sai com’è.”

Silenzio. Flavia guardò il soffitto per un momento. Poi mi guardò.

“Solo la bocca.” disse. “Se mi tocchi con altro mi alzo e me ne vado.”

“Capito.” dissi. Mi alzai dalla poltroncina.

Mi avvicinai lentamente, come ci si avvicina a una cosa che non vuoi spaventare. Flavia era ancora sul letto, inginocchiata. Mia moglie le era accanto e la guardava con un’espressione che non le avevo mai visto prima. Amorevole e allupata.

Lo toccai prima con le mani. Era sodo e caldo e perfetto esattamente come avevo passato tutta la serata a immaginare. Lei non disse niente. Respirò.

Poi mi abbassai e iniziai a leccarlo piano, con attenzione, come si fa con una cosa preziosa. Flavia emise un suono. Breve, controllato. Come se non avesse voluto farlo e le fosse scappato lo stesso.

Mia moglie cominciò a baciarla sulla bocca. Un lento bacio appassionato con le lingue che si intrecciavano. Con una calma e un piacere che da uomo io forse non ero mai riuscito a provare, preso dalla troppa foga dell’eccitazione. Intanto la ragazza si rilassò e cambiò un po’ la posizione permettendomi di avere un accesso migliore al suo culo. Potei allargarle un po’ le chiappe sode e tuffare la lingua proprio sul buchetto. Mi sentivo di aver raggiunto un tesoro agognato. E mi accorsi che dall’altra parte il piacere dato dal mio leccare stava aumentando.

Era troppo. Era già troppo. Ero già oltre ogni limite che avrei potuto fissare in anticipo. Ma volevo di più, non resistevo.

Mi raddrizzai. Non dissi niente. Non chiesi niente. La guardai.

Flavia interruppe il bacio e si girò. Mi guardò. L’espressione era diversa adesso, meno fredda, più presente.

“Ok.” disse.

Non aggiunse altro. Non ce n’era bisogno.

Mia moglie si spostò di lato. Rimase lì, vicino, a guardare. Aveva quell’espressione ancora, quella che non conoscevo.

Quando entrai in Flavia lei non fece niente per un secondo. Poi chiuse gli occhi. Poi iniziò a muoversi lei, non io, come se stesse decidendo lei i termini anche di questo.

Andava bene così. Andava benissimo così.


“Andiamo?” disse mia moglie.

Alzai lo sguardo. Eravamo ancora per strada, non eravamo arrivati al B&B.

Mi resi conto che ero fermo da qualche secondo, fermo nel mezzo del marciapiede, a fissare niente.

“Sì, sì. Andiamo.”

“A che pensavi?”

“A niente.”

“Stavi pensando alla cameriera.”

“No.”

“Al suo culo, almeno.”

“No.” dissi. “Stavo pensando a te.”

“A me.”

“A te. Con lei.”

Mia moglie mi guardò. Poi scosse la testa piano.

“Sei proprio un porco.”

“Lo so.”

Riprendemmo a camminare verso il B&B. Il rumore dei passi sui sampietrini. L’aria fresca. Tutto normale, tutto uguale a prima.

“Ci avevi pensato davvero?” le chiesi dopo un po’.

“A cosa?”

“A regalarmi una notte con lei. Quella cosa del lasciarle un biglietto. Ci avevi pensato davvero o era solo una cosa che hai inventato adesso sul momento?”

Camminò qualche passo in silenzio.

“Non l’avrei mai fatto.” disse alla fine.

“Lo so.”

“Ma il pensiero…”

“Il pensiero lo hai fatto.”

“Il pensiero lo ho fatto.” ammise.

“E la cosa che ho pensato io?”

“Cosa?”

“Te e lei insieme. Ci saresti stata con lei, davanti a me?”

“Ma io non sono bisex e magari neanche lei, perché avremmo dovuto?”

“Metti che lei lo fosse. Dimmi se avresti provato, per me.”

“Non lo so… non credo… è difficile da dire.”

“Prova a pensarci. Dimmi se puoi escluderlo del tutto che non avresti provato. Pensa a lei.”

“Non so… forse. Diciamo che se dovessi provare con una… una come lei sarebbe l’ideale.”

“Allora grazie.”

“Per cosa? Non è successo niente.”

“Per il pensiero.” dissi. “L’importante è il pensiero.”

Lei rise piano. Mi prese il braccio.

Continuammo a camminare.

"L'importante è il pensiero." — E lei rise piano, gli prese il braccio, e continuarono a camminare.

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