La riunione era iniziata da poco. Da una parte c’eravamo io, il mio capo e qualche collega mentre dall’altra due uomini e una giovane donna che ci illustravano la loro offerta per diventare nostri fornitori. Stavo ascoltando distrattamente una serie di chiacchiere volte soltanto a decantare la loro azienda ma che non contenevano nulla di importante riguardo alla scelta che avremmo dovuto fare. Giocherellavo con la penna che avevo in mano quando alzai un attimo lo sguardo ed incrociai quello della donna. Mi stava fissando. Non distolse lo sguardo. La sua bocca si increspò in un sorriso appena accennato. Mi sentii un po’ a disagio. Il modo in cui mi guardava non era quello che mi sarei potuto aspettare in una riunione di lavoro. Sembrava più uno sguardo ammiccante, uno sguardo carico di sottointesi, uno sguardo quasi voglioso. Dopo un istante rialzai lo sguardo e lei il suo non l’aveva spostato. La osservai un po’ meglio. Era intorno ai trent’anni. Molto carina di viso con due occhi chiari molto affascinanti. Un caschetto di capelli neri lisci le incorniciava il volto. Indossava una camicia bianca (si era tolta la giacca con cui era entrata) che le restava tesa sul davanti a causa di un seno di medie dimensioni.
Come aveva detto che si chiamava? Come si era presentata? Alessia. No, aspetta. Alessandra. Sì, Alessandra.
Infine distolse anche lei lo sguardo ma mentre il suo collega continuava a parlare tornò spesso a guardarmi. Anche io, a quel punto, ero rapito da lei e non riuscivo a non rivolgerle la mia attenzione.
Poi venne il suo turno. A lei spettava l’illustrazione della loro proposta da un punto di vista più tecnico, dopo la fuffa raccontata dai suoi colleghi. Si alzò in piedi, per indicare meglio verso il muro in cui erano proiettate le schermate della loro presentazione. Dalla mia posizione riuscivo ad ammirarla interamente. Sotto indossava una gonna stretta che arrivava sopra al ginocchio ed aveva un piccolo spacco su una delle cosce. Le belle gambe erano coperte da un paio di calze e ai piedi aveva delle décolleté con un buon tacco. Aveva decisamente un gran bel fisico.
Poi si girò e si avvicinò a dove era proiettata l’immagine, rivolgendoci così le spalle e, oh mio dio, che bel culo che aveva! La gonna lo fasciava e lo evidenziava. Si intuivano sotto due natiche belle sode e giustamente tondeggianti. Io andavo pazzo per i culi femminili e quello che avevo davanti rispettava alla perfezione tutti i miei canoni di bellezza.
Inutile dire che non ascoltai una singola parola di quello che disse. La mia mente era totalmente rapita da quello che vedevo con l’aggiunta del turbamento per come lei stessa mi aveva osservato fino a poco prima. Le potevo interessare come sembrava aver dimostrato con il suo atteggiamento? Le piacevo? Cosa poteva venirne fuori da quell’incontro? Qualcosa oltre al lavoro?
Il destino sembrava avere in serbo qualcosa per me quel giorno perché finito l’incontro ci offrimmo di portarli a pranzo da qualche parte. I due colleghi di Alessandra declinarono subito l’invito avendo poi un’altra riunione nel primo pomeriggio lontano da dove eravamo. Anche i miei colleghi erano impegnati ad eccezione del mio capo che però ricevette in quel momento una telefonata e si allontanò salutando tutti.
In un attimo rimanemmo io e Alessandra da soli nella sala riunioni. Lei stava mettendo via le sue cose e il suo computer. Mi guardò e sorrise. Io un po’ imbarazzato, ma deciso a cogliere quell’opportunità mi rivolsi a lei:
“Mah… allora siamo rimasti solo noi due. Io vado a mangiare. Se vuoi unirti a me… c’è un posticino qui vicino in cui si mangia bene.”
Mi guardò sorridendo e mi rispose gioiosa:
“Volentieri. Io ho fame.”
Durante il pranzo fu difficile mantenere il contegno. Ci eravamo appena conosciuti e tra noi poteva nascere un rapporto professionale. Eppure l’atteggiamento di lei era costantemente equivocabile e ammiccante. Parlammo del più e del meno, evitammo di parlare di lavoro, ma c’erano sempre, latenti, dei possibili sottintesi maliziosi. Capii che era single, a differenza mia.
Notai che si era slacciata un bottone in più della camicia rispetto alla riunione e le intravedevo il reggiseno bianco. Diverse volte lei mi colse sul fatto mentre ne ammiravo il corpo. Sembrò divertita dalla cosa.
Il pranzo poi si concluse, senza ulteriori sviluppi. Non siamo mica in un film, pensai, altrimenti saremmo subito finiti a letto a scopare, vista l’attrazione chimica che sembrava essere nata fra noi. Rientrai in ufficio convinto a sostenere con forza l’accettazione della loro offerta, nonostante in realtà, non avessi ascoltato quasi nulla.
Scoprii che i miei colleghi e il mio capo, invece, non avevano avuto una gran impressione dalla loro proposta. Non sembravano intenzionati a scegliere loro ma a rimanere con il nostro vecchio fornitore di cui peraltro non eravamo molto soddisfatti. Io cominciai un pressing per convincerli. Non fu facile, anche perché non avevo forti elementi dalla mia. Non potevo certo confessare qual era la mia vera motivazione. Volevo lavorare con Alessandra. Era il mio cazzo che me lo chiedeva.
Riuscii a spuntarla, ma il mio capo fu chiaro che mi avrebbe ritenuto responsabile se la scelta si fosse rivelata fallimentare.
Iniziammo così a collaborare con la ditta in cui lavorava Alessandra ed io, con mia grande gioia, ebbi modo di avere spesso contatti con lei. Ci scrivevamo email che partivano con un tono professionale e poi si concludevano sempre con qualche battutina, sempre più maliziosa. Spesso coglievo l’occasione per chiamarla anche al telefono e le telefonate avevano lo stesso andamento delle email. Poi ogni scusa era buona per fissare incontri e riunioni, con il pretesto che l’inizio della collaborazione richiedeva di concordare molte cose.
Raramente decisioni prese ascoltando il mio cazzo invece che il mio cervello si erano rivelate buone e anche quella volta fu così. Non lavoravano bene e non lavoravano con i tempi che noi richiedevamo. Ci causarono un sacco di problemi. Io, che ne ero responsabile, impazzivo nel mettere a posto le cose, nel nascondere le magagne, nel rimediare a tutti i problemi. In più cominciarono a chiederci più soldi giustificandolo col fatto che avevamo cambiato le richieste rispetto a quelle concordate. Io mi misi in mezzo e cercai di mediare e risolvere la situazione.
Tutto questo mi comportava grande stress ma aveva un risvolto positivo. Avevo continuamente rapporti proprio con Alessandra. Ci sentivamo continuamente, anche se spesso io dovevo riportarle le lamentele. Lei però sapeva convincermi e usava tutte le sue armi per portarmi dalla loro parte. Il mio capo era molto seccato dalla situazione e dal mio comportamento perché secondo lui non facevo gli interessi della nostra azienda.
Probabilmente aveva ragione. Alessandra non mi faceva ragionare. Iniziavo a discutere con lei ma poi cominciavo a guardarle i seni, il culo e ad immaginarmela a letto. Lei mi guardava con l’aria di chi si sentiva colpevole ma anche di chi mi prometteva che mi avrebbe soddisfatto, in tutti i sensi. E nel giro di poco io le davo ragione, nella malcelata speranza che fare così mi avrebbe presto portato fra le sue gambe.
Mi capitò di masturbarmi nei bagni dell’ufficio subito dopo averla incontrata. Pensavo a lei anche mentre scopavo con mia moglie. Poi avevo iniziato a seguirla sui social dove spesso postava foto intriganti, con lei vestita sexy o anche in costume. Tenevo il telefono con un mano e con l’altra mi segavo immaginando di avercela davanti.
Però la situazione sul lavoro era disastrosa. Si rivelarono veramente un pessimo e costoso fornitore. Non potevo più fare finta di niente. Il mio capo mi cazziava tutti i giorni e mi chiedeva di risolvere la situazione.
“Non me ne frega un cazzo di come potete fare, ma dovete fornirci il materiale entro fine mese. Gli accordi sono questi. Vi abbiamo anche pagato gli extra come ci avete richiesto anche se non ne avevate diritto.”
“Certo che ne avevamo diritto. Avete cambiato le carte in tavola.” mi rispose piccata Alessandra, quella sera nel mio ufficio.
“Non riapriamo questa questione. Ora il problema sono i tempi di consegna. Ne abbiamo bisogno. Abbiamo il fiato del nostro più grosso cliente sul collo.”
“Dovevate pensarci prima di richiedere quelle modifiche.”
“Senti. Vaffanculo.”
“Fanculo a voi.”
Mi alzai. Girai intorno alla scrivania. Fissai Alessandra negli occhi a pochi centimetri dal suo volto. Poi le afferrai le spalle. La girai. La spinsi giù contro la scrivania. Le sollevai la sua solita gonna corta mentre lei si agitava. Indossava le autoreggenti, la troia. Ne ammirai il culo perfetto coperto soltanto da un perizoma. Glielo strappai via. Il mio cazzo era già fuori, magicamente, ed era duro e dritto. Glielo puntai sul buco del culo ed iniziai a spingere. La sodomizzai violentemente sentendo in questo gesto di liberarmi di tutta la tensione di questi mesi e…
“Oh, ma mi stai ascoltando?” sentii la voce di Alessandra a poca distanza dal mio viso e tornai in me.
Non era successo quello che stavo immaginando. Non la stavo scopando. Non la stavo violentando. Stavo sognando ad occhi aperti. Avevo sentito quel desiderio ma non lo avevo compiuto. Per fortuna, direi. Ma sentii anche una delusione. Era così realistico. Mi era sembrato così vero e così bello il suo culo. Così morbido da penetrare. E poi nella mia fantasia lei in realtà stava godendo di tutto quello. Mi aveva provocato perché era quello che voleva.
Tornai in me e compresi tutto. Tutto quello che era successo in quelle settimane. Lei mi aveva usato. Me l’aveva fatta annusare e desiderare ma non me l’avrebbe mai data. Probabilmente aveva pianificato tutto. Fin dall’inizio, da quei suoi sguardi durante la riunione. Mi aveva sedotto. Mi aveva illuso.
Dovevo odiarla? Forse sì, ma la guardai. Cazzo se era eccitante! Cazzo se mi piaceva! Avrei continuato a fare quello che mi chiedeva nella remota speranza di finire in qualche modo fra le sue gambe.
Squillò il mio telefono. Era il mio capo.
“Senti, è ancora lì la stronza?”
“Ehm, sì.” risposi sperando che lei non avesse sentito.
“Hai risolto? Le hai imposto quello che ti avevo detto?”
“Stiamo discutendo.” risposi imbarazzato.
“Senti, mandamela qua. Ci parlo io.”
La osservai uscire dal mio ufficio. Anzi, per dirla meglio, le guardai il culo. Cazzo, ero completamente succube di lei.
“‘Sta troia…” mormorai attribuendole questa caratteristica con significato offensivo, cioè con quello, paradossale, della donna che non te la dà.
Non passò a salutarmi quando se ne andò ma venni convocato nell’ufficio del mio capo.
Entrai e lo trovai seduto alla scrivania. Aveva sul volto un ghigno beffardo. Pensai che l’avesse sistemata, che si fosse imposto su di lei come io non sapevo fare. Però appariva rilassato, non sembrava uscito da una discussione.
“Siediti.” mi disse. “Allora. Tutto risolto.”
“Sì, davvero?”
“Sì. Gli daremo l’aumento che ci chiedono e la loro consegna ritarderà di solo due settimane.”
“Ma.. ma… quindi noi ci perdiamo…”
“Eh, suvvia, ci rifaremo più avanti, non è un problema.”
“Ma io avevo capito che era questione di vita o di morte. Che non potevamo permettercelo…”
“Lo so, ti ho detto così perché speravo riuscissi a spuntarla, ma un po’ di margine ce l’abbiamo. Però sono incazzato con te.”
“Con me? Perché?”
Il mio capo mi fece l’occhiolino e abbassò il tono di voce in modo cospiratorio.
“Dai, siamo tra uomini. Potevi dirmelo come faceva lei a tenerti in pugno. L’avrei capito. Che fosse una gran figa me ne ero accorto. Non sapevo che fosse anche così zoccola.”
“Ma… in che senso?”
“Tranquillo. Non lo dico in giro. Avrei fatto la stessa cosa al tuo posto. Anzi ho fatto la stessa cosa. Cazzo, però, che pompinara! Tu quanti te ne sei fatti fare?”
Fece il gesto di darmi di gomito. Io ero sconvolto. Mi stava dicendo che Alessandra dopo avermi fatto sospirare per settimane si era concessa al mio capo senza remore? Mi sentivo umiliato. Mi sentivo tradito. Quasi cornuto e mazziato.
“Eh…” sospirai lasciando il discorso in sospeso. Capii che dovevo fare finta che avesse fatto cose anche con me. Se gli avessi confessato che a me non si era concessa avrei perso tutta la sua stima.
“Minchia che succhiacazzi… e che troia… non ha neanche voluto discutere, mi ha detto che avevo ragione ma che in cambio lei poteva farsi perdonare…”
“Eh, sì, anche con me faceva così…” mentii.
“Il bello è che mentre me lo succhiava le ho chiesto un aumento, come hanno fatto loro con noi. Le ho detto che la prossima volta si sarebbe fatta scopare e sai cosa mi ha detto lei? Ha detto che andava bene. E sembrava contenta. Che zoccola… così zoccola e così figa… Cazzo, la prossima volta le propongo di venire a lavorare da noi…”
Tornai nel mio ufficio. Ero completamente rincoglionito. Mi muovevo in un mondo ovattato. Dentro di me c’erano strane sensazioni. Ero eccitato da quello che era successo. Che Alessandra fosse stata così troia, così disinibita e vogliosa di sesso mi eccitava. Anche se non lo aveva fatto con me. Anzi, a me mi aveva provocato a lungo e poi lo aveva succhiato al mio capo. Quasi per farmi un affronto personale.
Avrei dovuto disprezzarla. Per come mi aveva preso in giro e per come usava delle armi moralmente discutibile per ottenere i risultati sul lavoro. Ma era lei ad essere eticamente censurabile o piuttosto noi uomini che le sbavavamo ai suoi piedi ed eravamo pronti a qualsiasi cosa in cambio di un favore sessuale? Io avevo messo in difficoltà la mia azienda e il mio capo ancora più di me (perché le sue rassicurazioni sul potercela fare mi convincevano poco) soltanto per un pompino o per una speranza di riceverne uno. Eravamo deboli, manipolabili. Lei in fondo si limitava a giocare sfruttando tutto quello che poteva.
Lei era una donna libera, noi eravamo due uomini sposati. Lei a me non aveva mai promesso niente di esplicito. Al mio capo invece si era concessa ma, a quanto sembrava, non le dispiaceva affatto.
Il nostro rapporto di collaborazione con quel fornitore proseguì. Loro continuarono a crearci problemi. A noi per fortuna entrarono nuove commesse che ci consentirono di galleggiare nonostante le perdite causate da quella collaborazione infruttuosa. Alessandra continuò a rapportarsi con me. Io continuai a pendere dalle sue labbra e ad acconsentire ad ogni sua richiesta. Tutto per poter continuare a guardarle il culo quando veniva nel mio ufficio e ad avere la sua immagine stampata fresca nella memoria appena se ne andava ed io mi recavo in bagno per tirarmi una sega. Diventò l’amante del mio capo. Diverse volte la vidi andare via insieme a lui sulla sua Porsche. Andavano in qualche motel dopo il lavoro. Poi lui tornava a casa dalla moglie dopo averla accompagnata a casa. Il giorno dopo lui mi faceva battute su come se l’era scopata. Io soffrivo e mi eccitavo.
Poi lei venne a lavorare da noi. Venne assunta con un ruolo subito sotto a quello del mio capo. Rievocando ironicamente il ruolo che aveva avuto con lui in quei mesi. Dunque era sopra di me e così continuò a darmi degli ordini, non più solo per mia riverenza nei suoi confronti ma anche per gerarchia.
A tutt’oggi non l’ho mai vista nuda. Non ho mai avuto contatti fisici con lei che non fossero strette di mano e baci sulle guance. Ma continuo ad essere succube del suo potere sessuale su di me. Nella mia mente l’ho scopata innumerevoli volte, in tutti i modi. È un rapporto erotico quello tra me e lei. Forse il più erotico che ho mai avuto con una donna. Eppure tra noi non c’è stato nulla e mai probabilmente ci sarà.
Mi capitò di masturbarmi nei bagni dell'ufficio subito dopo averla incontrata. Pensavo a lei anche mentre scopavo con mia moglie.


Commenti (0)
Nessun commento ancora. Scrivi il primo pensiero su questo racconto.
Per una risposta privata dall'autore usa il form contatti. Per discutere con altri lettori puoi entrare nel club lettori su Telegram.