Certe dimenticanze si pagano…
Il telefono di mia moglie è sulla scrivania, davanti a me. Lo ha dimenticato stamattina uscendo di fretta. Me l’ha comunicato chiamandomi dal lavoro, verso le nove.
“Ho dimenticato il telefono.”
“Lo so, lo vedo.”
“Se arrivano chiamate importanti avvisami.”
“Ok.”
Fine della conversazione. Torno a lavorare. Il telefono è lì. Schermo nero. Silenzioso.
Sono le undici quando lo guardo di nuovo. Non è arrivata nessuna chiamata. Nessuna notifica visibile. Niente. È solo un rettangolo di vetro e metallo posato accanto alla mia tazza di caffè.
Lo sposto leggermente, senza motivo. Solo per toccarlo.
Mi dico che non lo aprirò. Non sono quel tipo di persona. Non sono paranoico. Non ho motivi per dubitare di lei. Non ho prove di niente.
È vero, ultimamente è un po’ distante. Rientra tardi qualche sera. Dice che è il lavoro. Le credo. O almeno ci provo.
Sono le undici e venti. Il telefono è ancora lì.
Lo guardo. Smetto di guardarlo. Riapro il documento che stavo scrivendo. Scrivo tre righe. Le cancello.
Guardo di nuovo il telefono.
Il problema è che il PIN lo conosco. Me lo ha detto lei stessa, tempo fa, per una questione pratica. Dovevo controllare qualcosa mentre guidava. Me lo disse con la naturalezza di chi non ha niente da nascondere. Quattro cifre. Le ricordo benissimo.
Questo è il punto. Se non lo conoscessi, il problema non si porrebbe nemmeno. Ma lo conosco. E quindi il problema si pone.
Mi alzo, vado in cucina, bevo un bicchiere d’acqua. Rientro nello studio. Il telefono è ancora lì. Ovviamente.
Mi siedo. Prendo il telefono in mano. Lo rigiro. Lo riappoggio. Lo riprendo.
Non sto facendo niente di male, mi dico. Sto solo tenendolo in mano. È il telefono di mia moglie. Siamo sposati. Non ci sono segreti tra noi. O non dovrebbero esserci.
Digito il PIN.
Lo schermo si accende.
Eccomi qua. Sono quella persona. Sono il marito che spia il telefono della moglie.
La schermata principale è ordinata. Le solite app. Niente di strano. Niente di anomalo. Mi aspettavo cosa, esattamente? Tinder in bella vista?
Apro WhatsApp.
Le chat sono quelle di sempre. La mia. Sua madre. Un gruppo di lavoro. Le amiche. Un gruppo di famiglia. Altre amiche singole. Altri gruppi di amiche, in varie configurazioni.
Apro la nostra chat per prima. Gli ultimi messaggi sono di ieri sera. Cose banali. “Prendi il latte.” “Ok.” “Sei già a casa?” “Quasi.”
Banalità di coppia.
Scorro le altre chat. Cerca il nome di qualcuno che non conosco. Un nome maschile. Qualcosa che non quadra. Non trovo niente. Nessuno strano. Nessun contatto anomalo.
Il mio cazzo, che si era irrigidito nel momento in cui avevo digitato il PIN, comincia lentamente a sgonfiarsi. Come se anche lui si stesse rendendo conto che non c’è niente da trovare. Come se anche lui fosse deluso.
E lì mi fermo un secondo su questa sensazione. Deluso. Sono deluso perché non ho trovato niente. Cosa vuol dire questa cosa? Qualcosa di strano, ma è così. Ero eccitato mentre cercavo. Adesso non lo sono più, perché non ho trovato niente.
Mi rendo conto che avevo più speranza che timore di trovare qualcosa. Come è possibile. La mia spinta a spiare era data da una strana forma di gelosia. Qualcosa di masochistico, per certi versi.
Sto per richiudere WhatsApp. Sto già quasi posando il telefono. Mi sento in colpa, un po’. Non molto, ma un po’. Lei si fida di me. Mi ha dato il PIN. Non per questo.
E poi vedo il gruppo delle amiche.
Si chiama con uno di quei nomi che mettono alle chat di gruppo tra donne. Qualcosa con delle emoji. Lo apro quasi per caso, quasi senza volerlo, mentre stavo scorrendo per chiudere l’app.
I messaggi più recenti sono di stamattina. Prima che uscisse.
Scorro su, veloce, senza leggere. Poi rallento. Mi fermo.
C’è un messaggio di lei di quattro giorni fa. Lungo. Molto lungo per i suoi standard. Di solito scrive poco, usa le emoji, risponde in monosillabi anche in chat.
Lo leggo.
Lo rileggo.
Resto fermo.
Il cuore mi va a duecento. Il respiro si è fatto strano. Il cazzo è di nuovo duro, durissimo, e un po’ mi odio per questo.
Nel messaggio racconta alle amiche di un uomo. Non scrive il nome, usa solo un’iniziale. Racconta di quando si sono visti l’ultima volta. Racconta cosa hanno fatto. Lo racconta con una precisione di dettagli che non lascia spazio all’immaginazione mia, sua e delle amiche.
Le amiche rispondono con emoji. Con punti esclamativi. Con “no dai”, “e poi?”, “sei una pazza”. Me le immagino mentre leggevano avide il resoconto adulterino di mia moglie. Mi chiedo cosa pensassero di me, se pensavano a me, il cornuto, mentre lo leggevano.
Lei continua. Risponde a tutto. Si apre in un modo che con me non fa mai. Usa termini che con me non usa, o che usa con pudore, arrossendo quasi.
Sono seduto sulla sedia e non mi muovo.
Non so cosa sto provando. Non è rabbia, o almeno non solo. Non è dolore, o almeno non solo. È qualcosa che non ha un nome preciso e che coinvolge anche il basso ventre e che mi piace contro la mia volontà e che non riesco a fermare.
Rileggo il messaggio ancora una volta.
Lei descrive una cosa specifica. Un pomeriggio. Un posto. Descrive lui. Non il viso, non il carattere. Descrive altro, descrive certe pratiche per lei insolite.
La mano si è mossa da sola. Me ne accorgo solo quando è già troppo tardi. Non stavo nemmeno pensando di farlo.
Vengo così, seduto sulla sedia dello studio, con il telefono di mia moglie in mano, leggendo quello che ha scritto alle sue amiche su un altro uomo. Sborro, tanto, sulla maglietta, sul pantalone. Faccio un casino.
Rimango fermo ancora per qualche secondo.
Poi chiudo WhatsApp. Blocco lo schermo. Riappoggio il telefono sulla scrivania, esattamente dove stava prima. Nella stessa posizione. Come se non l’avessi mai toccato.
Mi pulisco come posso. Vado in bagno. Mi guardo nello specchio per un momento, poi smetto perché non è una visione particolarmente edificante.
Torno allo studio. Mi siedo. Riapro il documento.
Sono le undici e cinquanta.
Il telefono è lì. Schermo nero. Silenzioso.
Non arriva nessuna chiamata importante fino a sera. Lei rientra verso le sette, trova il telefono sulla scrivania, lo prende senza dire niente, lo sblocca, lo mette in tasca.
“Chiamate?”
“No.”
“Ok.”
Va in cucina. Sento il frigo aprirsi e chiudersi. La sento che comincia a preparare qualcosa.
Io resto seduto, fermo, con il documento ancora aperto davanti a me. Tre righe scritte e cancellate dalle undici di mattina.
Non so cosa farò di quello che ho letto. Non lo so davvero. Forse niente. Forse è meglio così. Forse no.
Quello che so è che quando lei mi chiama per cena e io mi alzo e vado in cucina e la vedo di schiena davanti ai fornelli, il mio cazzo è già duro.
Le guardo il culo, l’oggetto del desiderio (pienamente soddisfatto, si capiva dai messaggi) di quell’altro uomo.
Si gira verso di me, mi guarda con aria amorevole. Si fa abbracciare. Mi bacia con passione. Mi ama, ne sono sicuro. Lo dimostra sempre, non ho dubbi a riguardo. Forse è anche questo che mi ha fatto reagire in quel modo. La certezza e la sicurezza dei sentimenti reciproci.
Vuole stare con me, eppure si scopa un altro. So che per lei è solo sesso. Puro sesso trasgressivo come può esserlo solo con un amante. Lo si capiva dai messaggi e questo me la fa apparire soltanto come una donna calda, lussuriosa, troia. Ed è mia, anche se si scopa un altro.
Le palpo il culo mentre la bacio e penso che pochi giorni prima la mano che la palpava era di un altro. Mi viene duro e i pensieri mi avvicinano pericolosamente ad un orgasmo. Lei se ne accorge, lo sente premuto fra i nostri due corpi.
“Wow, che bello che ti faccio ancora questo effetto.” commenta guardandomi maliziosa. Mi stringe il cazzo con la mano da sopra ai pantaloni e io vorrei scacciarla perché rischia di farmi venire. “Dopo, dai. Stasera ne ho voglia anche io.” mi dice tornando ai fornelli per prendere la cena da servire in tavola.
Ricostruisco nella mia mente come sarebbe stata la scena con l’amante, a partire dalle cose lette nella chat. Non gli avrebbe detto “Dopo”. Si sarebbe lasciata prendere sul momento, sbattuta sul tavolo con forza, adattandosi a quel tipo di penetrazione che, se fatto con poca preparazione, può essere disagevole fino alla crescita del piacere dal profondo delle viscere e dell’anima.
E a lei piaceva molto, lo aveva confessato senza pudore alle amiche. E io lo avevo scoperto grazie alla dimenticanza del telefono e al mio poco rispetto per la privacy.
“No, non ce la faccio ad aspettare. Sono troppo eccitato. Mi hai troppo eccitato.” dico e prendo mia moglie e la spingo contro la penisola della cucina.
“Ehi, ma che fai?” lei un po’ si lamenta, un po’ si divincola, ma non lo fa con convinzione. È stupita dalla mia reazione ma non è contraria al fatto che avvenga.
La sto prendendo con foga, con forza. Non lo faccio mai in questo modo. Forse lo facevo da giovane. Poi ho smesso.
Le ho abbassato i pantaloni e le mutande e, quasi senza rendermene conto, ho il cazzo duro che punta contro il suo culo, proprio contro il buco, e istintivamente inizio a spingere.
“Ehi, no, cosa fai? Non lì.” mi dice lei d’istinto, girandosi a guardarmi. Io mi fermo, con la punta che appena sta provando ad allargare lo sfintere anale. La guardo con aria di quello che chiede scusa. Ci fissiamo per qualche secondo.
“Va bene, dai. Fai pure, se vuoi.” sussurra lei sorridendo maliziosa e girandosi.
Neanche mi ha chiesto di fare piano. È abituata con lui, penso. E lui la prende così senza farsi nessun problema. Così c’era scritto nella chat. Questo pensiero è fatale: sborro ancor prima di entrare.
Lei ride, per la mia reazione. Quasi come se se lo aspettasse. Quasi come se il suo ok a procedere fosse perché sapeva che avrei reagito così. Poi si tira su e si ripulisce.
“Eri proprio troppo eccitato stasera, eh?” mi chiede con tono canzonatorio.
“Eh, sì.” ammetto abbassando il capo, mortificato.
“… e sapessi per quale motivo…” questo non lo dico, lo penso soltanto.
Non so cosa sto provando. Non è rabbia, o almeno non solo. Non è dolore, o almeno non solo. È qualcosa che non ha un nome preciso.


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