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Un racconto di Analcoholic

Snob

03 marzo 202113 minuti di lettura

Sono sul luogo dell’appuntamento da almeno mezz’ora. Lei è arrivata con cinque minuti di anticipo. L’ho osservata da lontano per un po’. L’ho fatta aspettare un quarto d’ora. L’ho studiata, ho guardato il suo atteggiamento.

È una ragazza molto carina. Alta e magra, con lunghi capelli lisci tra il biondo e il rossiccio. Ha un viso delicato, quasi innocente. Grandi occhi azzurri. Trucco leggero. Non ha ancora compiuto trent’anni, mi ha scritto. È vestita in maniera molto elegante, sicuramente anche in maniera molto costosa. Ha un cappottino marrone, una sciarpa leggera e una borsetta di una marca molto chic. Sotto al cappotto spuntano due gambe magre, coperte da calze velate, che lei tiene dritte e con i piedi molto vicini fra loro, in una posizione da ragazza distinta e per bene. Ai piedi ha delle décolleté scure con un tacco alto ma non troppo. Le mani, lunghe e sottili, sono coperte da un paio di guanti di pelle. La ragazza emana stile e classe in maniera spontanea.

La sua eleganza è turbata soltanto da un nervosismo che in lei si percepisce. Pur mantenendo la sua figura composta ed educata, si capisce che qualcosa la turba. Si guarda attorno, sussulta ad ogni uomo che sembra avvicinarsi a lei, controlla ogni tanto l’orologio al polso e anche che non siano arrivati dei messaggi nel telefono. Di viso sembra impassibile, ma è sul chi vive, e in lei probabilmente albergano sentimenti contrastanti. Attesa, impazienza, timore, pentimento, desiderio di fuggire, voglia di vivere l’esperienza che le ho promesso, vergogna per la sensazione che tutti quelli che la vedono capiscano cosa sta per fare.

È da un po’ che ci scriviamo. L’ho trovata in un sito di incontri. Anzi mi ha trovato lei, o si è fatta trovare. So perché mi ha scelto. Ha capito che sarei stato in grado di convincerla a fare quello che lei desiderava ma che non aveva il coraggio di fare.

Mi avvicino a lei ma faccio il giro in modo da arrivarle alle spalle, anche se lei non conosce il mio aspetto. In realtà neanche io conoscevo del tutto il suo, ma appena l’ho vista arrivare ho capito che era lei. Di lei sapevo solo una descrizione sommaria che mi aveva dato in uno dei primi scambi di messaggi. Lei di me invece ha visto alcune foto, quelle presenti sul sito di incontri, quelle che ritraggono il mio corpo nudo. E credo mi abbia scelto anche per quelle, per una in particolare. Quel primo piano del mio cazzo: duro, grosso e venoso.

“Benarrivata. Andiamo?” le sussurro all’orecchio facendola sobbalzare per lo spavento.

Lei si gira. Mi guarda con gli occhi spalancati e mi studia in pochi secondi. Prova paura a trovarsi di fronte a me, di fronte ad un quasi sconosciuto. Ma capisco che nel giro di poco il suo inconscio mi approva, le piaccio o per lo meno le vado bene per quello che dobbiamo fare. Non riesce a pronunciare una parola. Sono sicuro che di solito lei sa essere molto cordiale e conosce a perfezione le buone maniere che le avrà insegnato la sua buona famiglia. Ma di fronte a me è solo spaventata e si limita a seguirmi.

Ho prenotato una stanza in una pensione ad una stella di basso livello. È un postaccio, un luogo usato spesso come albergo ad ore. Un posto in cui lei probabilmente mai sarebbe entrata, ma anche questo fa parte del nostro gioco. Sul suo volto traspare lo sdegno e tutto il suo snobismo mentre guarda schifata il luogo che ho scelto per il nostro incontro. Ma faceva tutto parte del nostro gioco e lei lo sapeva, anzi lo pretendeva. Alla reception l’addetto, un uomo di mezza età, la guarda affascinato. Probabilmente sta pensando che le escort di quel livello non vengono mai nella sua pensione. Lei lo sa che lui la sta etichettando come prostituta, seppur di alto livello, e questo comincia forse ad eccitarla, se già non si stava eccitando nell’aspettarmi.

Saliamo in camera. Apro la porta e le lascio spazio per entrare, in un gesto che forse sarà la mia ultima galanteria nei suoi confronti. Entra e si toglie il cappotto. La vedo che è indecisa su dove appoggiarlo, per paura di sporcarlo. La prendo per un braccio e la strattono. Le cade per terra il cappotto e anche la borsetta. La spingo in basso, in ginocchio. Il suo volto è a pochi centimetri dal mio pacco. Lei mi guarda alzando gli occhioni, con aria spaventata.

“Tiramelo fuori, troia.” le dico.

Lei esegue, con le sue dita affusolate mi slaccia la cintura e poi mi abbassa la zip. Infila la mano nei boxer ed estrae il mio cazzo che è già parzialmente duro. Lo è da quando la stavo osservando in piazza e immaginavo il prosieguo della giornata. Lei me lo guarda a metà tra il terrorizzato e l’estasiato. Mi eccita vedere la sua mano pallida e perfettamente curata agguantare il mio cazzo più scuro e sgraziato. Sono duro, già duro al massimo.

Le afferrò i polsi, fermandola. Lei mi guarda timorosa di aver fatto qualcosa di sbagliato. Ma non è così. Le tiro le braccia verso l’alto e la spingo contro il muro. La costringo a rimanere abbassata e immobilizzata. Il mio cazzo duro è di fronte al suo viso. Muovo i fianchi e la schiaffeggio con la mia erezione. Poi glielo punto contro la bocca. Lei la apre e comincio a scoparla nella gola.

Si sente sopraffatta. Si sente dominata da me. È inerme e bloccata. Posso disporre di lei come voglio. E tutto ciò la spaventa. Ma la eccita anche. Era quello che voleva provare. E se ne vergogna. E la vergogna amplifica le sue emozioni. Lei, ragazza di buona famiglia, brava, educata, promessa sposa di un ottimo fidanzatino, aveva questo fuoco che le bruciava dentro. Queste fantasie oscene che la divoravano. E le serviva un uomo come me per fargliele vivere.

Le inondo la bocca di sborra. Credo abbia un orgasmo anche lei in quel momento. Un po’ la sputa, tossendo, ma un po’ la ingoia. Mi chiedo se fosse vero, come mi aveva confidato nei messaggi, che non aveva mai assaggiato la sborra del suo fidanzata, perché non stava bene che una ragazza lo facesse.

Riprendere l’erezione dopo un orgasmo non è mai stato un mio problema. Ma mentre concedo al mio cazzo una piccola pausa ne approfitto per spogliarla del tutto, con foga e facendole forse temere più che le possa rovinare i vestiti che altro. Indossa lingerie raffinata e costosa. In parte gliela lascio indosso. Poi la sbatto sul letto. La spingo giù e cominciò a toccarle la fica, bagnatissima e il culetto, un po’ piccolo per i miei gusti ma decisamente impertinente e attraente, nella sua perfezione.

Riconosco il sussulto di una ragazza che sente per la prima volta una lingua che prova ad allargarle il buco del culo. Quel misto di vergogna e sorpresa nel sentirsi violate in quella zona così intima per mezzo di una parte così nobile come la bocca. Ma lo sapeva che lo avrei fatto, lo sapeva e lo bramava. Mai aveva avuto il coraggio di chiedere al suo ragazzo di farglielo, temendo di apparire ai suoi occhi come una poco di buono.

Sapeva che avrei giocato con quel suo orifizio ancora inviolato, perché uno dei miei compiti non espliciti ma sottointesi per il nostro incontro era proprio quello di violarlo. Mi aveva fatto capire che avrebbe cercato di prepararsi, di allenarlo un po’ con le sue dita. Conosceva le dimensioni del mio cazzo e aveva intuito il modo in cui l’avrei presa. Voleva riuscirci senza sentire male. Anzi, senza sentire troppo male.

Non stiamo parlando tra di noi. Ogni tanto le dico cosa fare e come mettersi. La riempio di parole volgari che a lei piace sentirsi dire, finalmente. Ma non facciamo conversazione. Lei ubbidisce e non dice niente. E allora ad un certo punto la costringo a parlare. Ho il cazzo puntato contro il suo buco del culo. Sto per umiliarla prendendola in quel modo per lei finora proibito. Ma voglio qualcosa di più. Anche lei vuole qualcosa di più. Vuole vergognarsi ulteriormente e allora penso che mi odia e mi adora nel momento in cui pronuncio il mio ordine:

“Chiedimelo. Pregami. Implorami. Chiedimi di farlo. Di fartelo. Voglio sentire che lo vuoi. Non sono io a importelo. Sei tu che sei così puttana da non volere altro.”

Lei sospira. Prende coraggio. Vince la vergogna. Anzi sfrutta la vergogna per scendere ancora più in basso. E allora con la sua voce delicata me lo chiede. E me lo richiede. E io aspetto finchè sono soddisfatto. Ad ogni termine che usa sento l’incrinazione nella sua voce. Certe cose forse non le ha mai dette ad alta voce. Non le ha mai dette ad un uomo.

“Scopami… prendimi… infilamelo dietro… ti prego… inculami… sodomizzami… sfondami il culo…”

Non evito di farle un po’ male. Avrei potuto andarci più con calma, lasciarla abituare. Ma non era quello che voleva lei. Voleva soffrire un po’. Il giusto per sentirsi violata, sapendo che ero sufficientemente esperto da capire quando non esagerare. Ha aperto il suo culo fidandosi di me. E questo suo fidarsi di uno sconosciuto l’ha fatta sentire ancora più troia.

Lei non aveva mai passato un intero pomeriggio a farsi scopare. I nostri amplessi non si interrompono nemmeno quando il suo telefono comincia a squillare. Lei nervosamente agguanta il telefono. Ha riconosciuto la suoneria. È il suo ragazzo, lo capisco dal nome che compare sul telefono. E quindi risponde, nervosa e affannata, mentre è nuda in una camera di un albergo di quart’ordine in compagnia di uno sconosciuto. Sconosciuto che, mentre lei risponde a monosillabi e annuisce alle cose che le comunica il suo ragazzo, le avvicina il cazzo al volto. Lei mi guarda male. Poi le scappa un sorrisetto diabolico e ogni volta che il suo ragazzo le parla lei mi lecca e succhia il cazzo. Si interrompe quando deve rispondere e poi riprende. Io sono un po’ stronzo e inizio anche a toccarle la fica. Lei mi odia e deve contenersi per non farsi sentire. Lei mi adora perché le aggiungo il brivido del rischio alla trasgressione. E quando mette giù ha subito un orgasmo urlato e liberatorio.

Poteva bastare così. Già le ho fatto provare cose mai fatte. Già l’ho sconvolta abbastanza. È sopraffatta dal piacere. È pronta a subire qualsiasi cosa e allora provo a rilanciare. Mentre la tocco con un dito in fica e uno in culo le spiego il mio piano. Lei inorridisce e gode.

Mi rivesto e prima di uscire dalla stanza le aggiungo il carico psicologico.

“Tutto quello che ti ho fatto fino ad ora tu l’hai subito. Ti ho dominato, ti ho imposto la mia fisicità. Avrei potuto fartelo anche se non volevi. Avrei potuto obbligarti. Tu l’hai accettato anche grazie a questo escamotage. Puoi sempre dire, con te stessa, che non sei così troia, che sono stato io a importelo. Questo forse ti farà dormire meglio a fianco del tuo ragazzo. Ma ora arriva veramente la prova. Hai tempo per rivestirti. Hai tempo per andartene. Ti lascio sola per un po’. Se quando torno sei ancora qui lo sappiamo entrambi cosa sei. Una troia.”

Lei mi guarda sconvolta. Dalla sua bocca raffinata le esce un epiteto volgare nei miei confronti. Io esco e non ho dubbi su quello che farà.

Torno dopo una ventina di minuti. Il tizio alla reception non ha fatto storie anche se stavo salendo insieme ad altre persone non registrate. Probabilmente si è eccitato nel pensare a quella bella ragazza con cui ero salito in camera e nel pensare a quello che lei stava per subire.

Ovviamente lei è ancora lì. Ne ero sicuro. Ha fatto quello che le avevo detto. È stesa a pancia in giù sul letto. Si è legata attorno al viso una fascia che la rende bendata. Ha un sussulto quando ci sente arrivare. Io mando in bagno a lavarsi e a indossare i preservativi i tre ragazzi che ho trovato per strada. Tre ventenni di tre etnie diverse che stavano ciondolando inoperosi appoggiati ad una colonna. Mentre loro sono di là li descrivo brevemente a lei, che non si toglierà la benda e non li vedrà. Li sentirà solo, uno dopo l’altro, nella loro foga giovanile e nel loro entusiasmo nel trovarsi una figa come lei disponibile, da scopare. Io controllo. Mi assicuro che non esagerino, che lei subisca esattamente quello che vuole, quel sesso di gruppo che forse neanche aveva immaginato possibile.

È quasi incredibile il contegno che lei riacquista appena siamo fuori dall’albergo. Si è rivestita, rimessa quel suo trucco leggero e ha riacquisito tutta la sua eleganza e raffinatezza. Nessuno potrebbe indovinare cosa ha appena subito quella ragazza, come ha concesso il suo corpo e come si è fatta scopare in modo osceno.

“Allora addio.” le dico mentre sta per chiamare un taxi per tornare a casa.

“Come addio?” chiede lei stupita.

“Una tantum, avevamo detto. Un unico incontro.” le spiego.

Mi guarda con aria afflitta.

“No…” mormora.

“Vuoi rifarlo?” le chiedo.

Lei scuote la testa. È combattuta. Non lo sa neanche lei. Si vergogna di ciò che ha fatto, ma le è piaciuto. Non vuole decidere in quel momento, sa di essere in una condizione mentale inadeguata.

“Non lo so.” mi risponde.

Mi avvicino a lei. Le parlo nell’orecchio.

“Non è vero che non lo sai. Tu vuoi dirmi di sì, ma hai paura di pentirtene. Oppure vuoi dirmi di no e hai paura che quando ripenserai a questa giornata non ti basteranno le dita che ti infilerai nella fica e nel culo per placare le voglie che ti torneranno.”

“Quindi?” mi chiede implorante di essere condotta nuovamente verso gli inferi della sua mente erotica.

“Quindi tu sai come contattarmi. E lo farai, se vuoi. Ma io ora voglio un ultimo gesto, come garanzia del tuo impegno. Se non lo fai adesso non ti risponderò poi.”

“Cosa devo fare?” mi chiede terrorizzata. Io glielo dico nell’orecchio.

Lei si guarda attorno, spaventata. Inspira ed espira profondamente. Aspetta il momento giusto, ma c’è sempre gente in giro. Ad un certo punto sembra il momento adatto, sta per farlo ma poi si blocca.

“Come faccio? Mi vergogno… e se mi vede qualcuno.” mi dice ma io mi limito a guardarlo sogghignando.

Arriva il taxi che lei ha chiamato. Lei si guarda attorno ruotando la testa velocemente e poi compie un gesto rapido. Si solleva il cappotto, infila una mano sotto la gonna e incespicando si abbassa le mutandine di pizzo. Nel farlo si intravede l’inizio delle autoreggenti. Poi si piega e raccoglie le mutande che sono finite attorno alle sue caviglie. Me le porge. Si guarda attorno. Non sa se qualcuno l’ha vista. Probabilmente il tassista sì, ha assistito alla scena. E lei deve ora salire in macchina con lui, che sa che lei sotto è nuda e forse si immagina che sia anche eccitata.

Chissà se le verrà da masturbarsi durante il viaggio verso casa. Chissà se resisterà dal farlo. Devo ricordarmi la prossima volta che la vedo di chiederglielo.

(continua…)

"Chiedimelo. Pregami. Implorami. Chiedimi di farlo. Non sono io a importelo. Sei tu che sei così puttana da non volere altro." — e lei, con la sua voce delicata, ubbidisce: "Scopami… inculami… sodomizzami… sfondami il culo…"

Continua in: Corrotta

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