Check-in copertina
Un racconto di Analcoholic

Check-in

26 maggio 20267 minuti di lettura

Una stanza per due, un racconto a due voci

Entrai nell’hotel con Marco e già in quel momento capii che mi sentivo una troia. Non nel senso cattivo del termine, almeno non per me. Nel senso che ero consapevole di quello che stavo facendo e mi piaceva esserlo.

Marco lo conoscevo da tre settimane. Una cena di lavoro, poi un aperitivo, poi un altro aperitivo che era finito a parlare fino alle due di notte senza toccarci, quando ci scappò un limone seguito da un pompino. Poi una scopata rapida, una sera, in auto. Fino a oggi.

“Prendiamo una stanza.” dissi io per prima, al bancone della reception.

Lui non disse niente. Sorrise solo.

La receptionist era una donna sulla quarantina, capelli tirati, espressione professionale. Ci guardò entrambi.

“Per una notte?”

“Ehm.” dissi io. “In realtà avremmo bisogno solo del pomeriggio.”

Silenzio.

“Solo del pomeriggio?” ripeté lei, come se volesse essere sicura di aver capito bene.

“Sì. Qualche ora.”

Lei non cambiò espressione. “Mi serve un documento.”

Tirai fuori la carta d’identità. La posai sul bancone. Lei la guardò, la girò, digitò qualcosa sul computer. Poi alzò gli occhi su di me con un’espressione che non era giudizio ma neanche era niente.

Capivo benissimo cosa stava pensando. Il documento diceva che ero residente a duecento metri da lì. Non ero in trasferta. Non avevo bisogno di un posto dove dormire. Avevo bisogno di un posto dove fare quello che stavo per fare.

“Purtroppo non abbiamo tariffe orarie.” disse la receptionist. “La camera è disponibile fino alle undici di domattina. Il prezzo è quello della tariffa standard.”

Marco tirò fuori il portafoglio. “Va bene.”

“Quanto ci serve?” mi chiese sottovoce, con una faccia seria.

“Per cosa?”

“Quante ore staremo.”

“Dipende.”

“Da cosa?”

“Da te.”

Lui fece una smorfia finta offesa. “Allora ci vogliono cinque minuti.”

Risi. La receptionist digitava e fingeva di non sentire, ma agli angoli della bocca c’era qualcosa.

“Se avanza tempo possiamo sempre dormirci.” dissi io.

“Certo. O se vuoi invita qualcuno e passaci anche la notte.”

“Chi dovrei invitare?”

“Tuo marito.” disse lui.

Risi di nuovo. Più forte. La receptionist alzò gli occhi.

“Scusi.” disse lei con tono piatto ma non ostile. “Se in camera pernotta una persona diversa da quelle che hanno fatto il check-in, tecnicamente dovete fare check-out e quella persona dovrà fare check-in a suo nome.”

“Capito.” dissi io.

“Quindi tienilo presente.” mi fece lui.

Ci diede le chiavi. Due tessere magnetiche in una busta di cartone con il numero della camera scritto a penna.

Andammo verso gli ascensori. Marco mi mise una mano sulla schiena, poi scivolò più in basso. Sul culo. Palese, senza nessuna scusa. Nel corridoio di un hotel dove stavo andando a scopare con un uomo che non era mio marito.

Mi sentii una troia.

E questa cosa mi eccitò moltissimo.


Mia moglie mi chiamò verso le sei.

“Ciao.”

“Ciao.” dissi io.

“Sei libero stasera?”

“Abbastanza. Perché?”

“Ho una proposta.”

“Dimmi.”

“Ti mando un indirizzo. Vieni qui verso le otto.”

Pausa.

“È un hotel.” aggiunse lei.

“Ho visto che è un hotel, ma cosa vuol dire?”

“In che senso?”

“Cosa ci fai tu in un hotel vicino a casa?”

Silenzio breve. “Ti spiego dopo. Dai il nome e ti diranno la camera. Vieni?”

Riattaccai e rimasi fermo un momento con il telefono in mano. Conoscevo mia moglie. La conoscevo abbastanza da sapere che quando diceva ti spiego dopo non spiegava quasi mai. E la conoscevo abbastanza da capire cosa significava trovarla in un hotel nel tardo pomeriggio di un martedì.

Poteva significare che si era vista con qualcuno. Come a volte capitava. Non spesso, ma capitava. E io ogni volta scoprivo di non avere nessun problema con questa cosa. Anzi.

Presi la metro. Quaranta minuti di metropolitana a immaginare cosa mi aspettava una volta arrivato là. Arrivai all’hotel che erano le otto passate.

La reception era la classica reception da hotel cittadino: marmo, luce calda, un cesto di frutta sul bancone. Dietro c’era una donna sulla quarantina con i capelli tirati.

“Buonasera. Ho una camera prenotata. O meglio, mia moglie ha fatto il check-in prima. Sono il marito.”

La receptionist alzò gli occhi. Mi guardò un secondo più del necessario.

“Ah.” disse. “Lei è il marito.”

Non era una domanda. Era una constatazione con dentro qualcosa che non riuscii a definire subito. Poi la definii: era il tono di chi sa una cosa che tu non sai, o di chi pensa che tu non sai una cosa che lei invece sa.

Mi guardò mentre digitava. Non con simpatia, non con antipatia. Con curiosità, forse. Come si guarda uno che è in una situazione strana senza saperlo.

Io lo sapevo. O almeno lo immaginavo. E questa cosa, il fatto che lei mi stesse guardando come un cornuto ignaro mentre io ero un cornuto benissimo consapevole, mi eccitò in modo piuttosto stupido.

“Camera trecentodue.” disse lei. “Terzo piano, ascensore in fondo.”

“Grazie.”

“Prego.” Mi guardò ancora un secondo. “Buona serata.”

Salii. Il corridoio era silenzioso. Bussai, poi infilai la tessera nella porta.

La stanza era in penombra. Il letto era sfatto in modo evidente. Le lenzuola erano attorcigliate, metà sul materasso e metà sul pavimento. C’era odore nell’aria. Un odore specifico che non lasciava spazio a interpretazioni.

Dal bagno veniva il rumore della doccia.

Mi sedetti sulla sedia vicino alla finestra e aspettai. Tirai fuori il telefono, guardai due notizie senza leggerle, lo rimisi in tasca.

La doccia si spense.

Dopo un minuto si aprì la porta del bagno. Mia moglie uscì avvolta in un asciugamano bianco. Si fermò di botto quando mi vide.

“Sei già qui?”

“Sono le otto e venti.”

“Già così tardi?”

Si guardò attorno. Veloce, un solo giro. Vide le lenzuola per terra, l’aria, tutto quanto. Si schiarì la voce.

“Che è successo qui?” chiesi io.

“Dove?”

“Nel letto.”

“Niente. Ho fatto un riposino.”

“Un riposino.”

“Sì.”

“Con le lenzuola per terra.”

“Dormo in modo agitato.”

La guardai. Lei mi guardò. Eravamo entrambi perfettamente consapevoli di quello che stava succedendo e entrambi fingevamo di non esserlo. Era un gioco. Lo facevamo da anni, in modi diversi.

Lei decise di chiudere la questione nel modo più diretto che conosco. Lasciò cadere l’asciugamano, venne verso di me, mi afferrò per la cravatta e mi tirò su in piedi. Poi si avvicinò al letto, mi spinse indietro con una mano sul petto, si arrampicò sopra di me girandosi. Sessantanove. Senza preamboli, senza parole.

Accettai la situazione con grande entusiasmo.

Dopo qualche minuto però mi venne un pensiero. Avevo preso la metro. Quaranta minuti di metropolitana con le mani appoggiate ai corrimano, ai pali, alle sedute. Non ero una persona isterica in materia di igiene, ma c’erano dei limiti.

La fermai.

“Aspetta.”

“Cosa.”

“Devo lavarmi le mani.”

Lei si girò a guardarmi con un’espressione tra il divertito e il confuso.

“Non posso infilarti le dita sporche nella tua deliziosa figa pulita.” dissi io. “Ho preso la metro.”

“Ah.” disse lei. “Certo.”

Andai in bagno. Acqua calda, sapone, il sapone dell’hotel che profumava di qualcosa di indefinito in modo eccessivo. Mi asciugai. Stavo per uscire quando vidi qualcosa vicino al cestino. Sul bordo, appoggiato di traverso.

Lo presi in mano.

Era un preservativo srotolato. E la sua confezione, accanto, sul bordo del lavandino. Non l’aveva buttata nel cestino, o l’aveva mancato, o semplicemente aveva avuto altro a cui pensare.

Uscii dal bagno con entrambe le cose in mano. Lei era ancora sul letto, appoggiata sui gomiti, e mi guardò arrivare con un’espressione che cambiò appena mi vide cosa tenevo.

“Eh.” dissi io, con il tono di uno che ha trovato la prova di qualcosa di cui non aveva nessun bisogno di prove. “Quindi non è successo niente in questa camera d’albergo prima che arrivassi?”

Lei aprì la bocca. La richiuse.

“Io…”

“Niente.” ripetei io.

“Non è quello che…”

“Non è quello che sembra.”

“Esatto.”

Abbassai gli occhi sulla confezione che avevo in mano. La girai. La lessi. La rilessi, perché la prima volta pensai di aver sbagliato.

“XL.” dissi.

Lei non disse niente.

“Addirittura XL.” ripetei, e nella mia voce c’era qualcosa che non era rabbia. Era più simile a un’ammirazione involontaria che cercavo di mascherare e non ci riuscivo del tutto.

Lei aprì la bocca, la richiuse di nuovo. Poi si girò lentamente sul letto. Si mise a pancia in giù. Le terga in su, la testa girata di lato a guardarmi con un’espressione che era colpevole e maliziosa allo stesso tempo, in proporzioni che non saprei quantificare.

“Se vuoi punirmi…” disse, con una voce che non era per niente la voce di qualcuno che ha paura di essere punito.

Rimasi fermo un secondo con la confezione vuota in mano.

La posai sul comodino.

Mi avvicinai al letto.

"XL." dissi. Lei non disse niente. "Addirittura XL." ripetei, e nella mia voce c'era qualcosa che non era rabbia. Era più simile a un'ammirazione involontaria che cercavo di mascherare e non ci riuscivo del tutto.

Continua in: Check-out

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