Check-out copertina
Un racconto di Analcoholic

Check-out

27 maggio 20267 minuti di lettura

Continua da: Check-in

Mi svegliai con la bocca di mia moglie sul mio cazzo.

Non era il peggior modo di svegliarsi. Anzi, era probabilmente il migliore. Però finsi di non essere d’accordo, perché sono fatto così.

“No, dai.” dissi, con la voce ancora roca di sonno.

Lei non si fermò.

“No, sul serio.” dissi. “Non ce la faccio.”

Si fermò. Alzò gli occhi. “Non ce la fai?”

“No.”

“Perché?”

“Per ieri sera.”

“Cioè?”

“E questa notte.”

Lei aspettò. Sapeva che stavo per aggiungere qualcosa.

“E come fai tu?” dissi, con tono volutamente incompleto, “Tu anche il pomeriggio di ieri.”

Silenzio. Lei aveva ancora la bocca a tre centimetri dal mio cazzo e un’espressione che non era né colpevole né innocente. Era qualcosa nel mezzo.

“Non so di cosa tu stia parlando.” disse continuando la sua parte in commedia.

“Certo.”

“Ero stanca. Ho dormito.”

“Hai dormito. Con le lenzuola per terra e un preservativo XL nel cestino del bagno.”

Lei si rimise al lavoro come se la conversazione fosse conclusa. E in effetti lo era. Io emisi un suono che non era esattamente un gemito ma ci si avvicinava molto.

“Voglio scopare.” disse lei, senza togliere del tutto la bocca dal mio cazzo.

“Hai già scopato abbastanza ieri.”

“Voglio scopare anche stamattina.”

“Sei insaziabile.”

“Sì. È un problema?”

“Per qualcuno lo sarebbe.” dissi per rimarcare la mia eccezionalità come marito nell’accettare le sue scappatelle.

Guardai il soffitto. Poi guardai lei. Poi guardai di nuovo il soffitto. Ero sinceramente combattuto. Come si fa a rifiutare un pompino e una moglie arrapata?

“Non posso.” dissi. “Devo andare al lavoro.”

Silenzio.

“Dai, devo veramente andare al lavoro.” ripetei, questa volta come se stessi cercando di convincere me stesso oltre che lei.

Lei si staccò. Si sedette sul letto. Aveva i capelli sciolti e l’espressione di chi ha preso una decisione.

“Ok.” disse.

Mi alzai. Andai in bagno. Doccia veloce, acqua calda, di nuovo il sapone dell’hotel che secondo me esagerava con la profumazione. Mi asciugai, uscii. Lei era ancora sul letto. Stava guardando il telefono con aria distratta, o almeno fingeva. Raccolsi i vestiti dal pavimento. La camicia era sul pavimento, i pantaloni sulla sedia, le scarpe vicino alla porta. Mi vestii con gli stessi vestiti del giorno prima, che era una cosa che detestavo ma non avevo portato il cambio perché non sapevo che avrei dormito lì.

Mi stavo abbottonando la camicia quando sentii un rumore umido.

Mi girai.

Mia moglie era sdraiata sul letto, la schiena appoggiata alla testiera, le gambe leggermente aperte. Si toccava. Con una mano, lentamente, gli occhi su di me.

“Non dovevi andare al lavoro?” disse, con la voce più tentatrice che sapeva fare e la sapeva fare bene.

“Sì.” risposi.

“Peccato.”

Continuai ad abbottonarmi.

“Sai cosa non abbiamo fatto stanotte?” disse lei.

“No.”

“Sì che lo sai.”

Mi fermai un momento. Avevo le mani sui bottoni e la guardavo. Lei si toccava ancora, adagio, come se avesse tutto il tempo del mondo.

“Scommetto che è quello di cui hai voglia stamattina.” dissi io.

“Esattamente.” confermò lei e in modo palese fece scendere di più la mano raggiungendo con le dita bagnate il suo ano per penetrarlo leggermente.

Era una tortura. Non c’è altro modo di dirlo. Stavo lì con la camicia a metà e lei mi guardava con quella faccia e si toccava e mi prometteva quello che la sera prima aveva rimandato con la scusa del sonno e la stanchezza e tutta una serie di motivazioni che avevo accettato malvolentieri.

“Non posso.” dissi.

“Ne sei sicuro?”

“Sì.”

“Proprio sicuro?”

“Se arrivo in ritardo mi ammazzano.”

Lei scrollò le spalle. Si girò sul fianco, mi voltò le spalle, tirò su le lenzuola. “Ciao.”

“Ciao.” dissi io.

Presi la giacca. Presi le chiavi. Uscii dalla stanza con la sensazione precisa di stare lasciando sul campo qualcosa di irripetibile, e questa sensazione mi accompagnò lungo tutto il corridoio e dentro l’ascensore e giù fino alla reception, dove mi presentai al bancone con la faccia di uno che ha dormito in un hotel con i vestiti di ieri e non è andato in trasferta.

La receptionist era la stessa del giorno prima. Capelli tirati, espressione professionale. Mi vide arrivare e non cambiò espressione, però la riconobbi. Era quella micro-pausa di un secondo in più prima di parlare.

“Buongiorno. Devo fare il check-out.”

“Camera trecentodue?”

“Sì.”

Digitò qualcosa. “La camera è già saldata.”

“Anche la cena in camera?”

“Sì, abbiamo la pre autorizzazione della carta di credito.”

“La carta di mia moglie?”

Pausa breve. “No.”

Aspettai. Lei non aggiunse niente.

“Dell’altro uomo.” dissi io. “Ho capito. Almeno è stato generoso.”

Lei aprì la bocca, la richiuse. Sul suo viso c’era qualcosa che non era imbarazzo ma ci assomigliava. Poi disse: “Buona giornata.”

“Anche a lei.”

Uscii. Fuori faceva già caldo. Camminai verso la metro e per tutto il tragitto cercai di decodificare l’espressione della receptionist. Non era giudizio. Non era simpatia. Era qualcosa di più difficile da nominare: era lo sguardo di chi ha visto passare troppe cose da quel bancone e ha smesso di stupirsi ma non ha smesso del tutto di essere curiosa.

Le diedi ragione. Anch’io ero curioso. E anch’io avevo smesso di stupirmi da un pezzo.


Rimasi nel letto ancora una decina di minuti dopo che lui uscì. Guardai il soffitto. Fuori si sentiva il rumore della strada.

Poi presi il telefono.

Cercai il numero. Lo trovai. Chiamai.

Rispose al secondo squillo.

“Ciao.”

“Ciao.” dissi io.

Breve pausa. “Tutto bene?”

“Sì. Senti, sono ancora in hotel.”

“Ah.” Silenzio. “Fino a quando?”

“Fino alle undici.”

Altro silenzio, più lungo. “E tuo marito?”

“È andato al lavoro.”

“Ha dormito lì?”

“Sì.”

“In quella stanza?”

“In questa stanza. Nel letto con me.”

Pausa ancora. Lo sentivo elaborare. Era carino quando elaborava.

“Capito.” disse alla fine.

“Ho ancora voglia. Quanto ci metti?” dissi io.

Nessuna pausa questa volta.

“Venti minuti. Forse meno.”

“Fai presto.”

Riattaccai. Rimasi ferma un momento con il telefono in mano. Poi lo riaprii e chiamai la reception.

Rispose lei. La stessa voce piatta e professionale.

“Buongiorno, camera trecentodue. Volevo avvisarla che tra poco arriverà un ospite per me. Può lasciarlo salire direttamente?”

Pausa di un secondo. “Certo.”

“Grazie.”

Riattaccai.

Sapevo benissimo che non era necessario. Lui poteva arrivare, e anche senza dire il numero della camera, salire. Nessuno gli avrebbe chiesto niente. Gli hotel non funzionano così. Ma mi piaceva farlo. Mi piaceva sentire la voce della receptionist mentre le dicevo che stavo aspettando un uomo. Mi piaceva che lei sapesse. Mi piaceva l’idea di essere trasparente, leggibile, giudicabile, e di non curarmi di nessuna di queste cose.

Mi fece sentire una troia. Nel senso buono del termine. Il senso che mi piace.

Spinsi in basso le lenzuola. Rimasi nuda sul letto ad aspettare.

Bussarono dopo ventidue minuti. Dissi avanti e la porta si aprì.

Lui entrò. Si fermò un secondo sulla soglia, mi vide, e poi chiuse la porta dietro di sé con la stessa calma di chi sa già com’è fatta la stanza.

“Ciao.” disse.

“Ciao.”

Cominciò a togliersi la giacca. Poi la cravatta, che si sfilò in un secondo. Stava ancora sbottonando la camicia quando mi alzai dal letto, mi avvicinai, mi inginocchiai e gli presi il cazzo in bocca.

Aveva ancora la camicia addosso.

Lo sentii fermarsi. Le mani che smettevano di muoversi sui bottoni.

Mi fermai anch’io. Alzai gli occhi su di lui.

“Mio marito ieri ha trovato il tuo preservativo.” dissi.

Lui mi guardò dall’alto. “Ah. E quindi?”

“E quindi ti fa i complimenti.”

Silenzio. “Non si è arrabbiato?”

“Sì, infatti mi ha punita.”

“Ti ha punita?”

“Mi ha sculacciato. E poi mi ha scopata.”

Lui aprì la bocca. La richiuse. Poi disse: “E a te non è bastato?”

“No.”

“Ieri pomeriggio io.” disse lui, con il tono di chi sta facendo un conto. “Ieri sera lui. Stamattina ancora io.”

“Stamattina tu, lui no. Sì.” dissi ancora delusa. “Ti dispiace?”

“No.” disse lui. “No.”

“Neanche a mio marito dispiace.” dissi. “Però stamattina mi ha lasciata insoddisfatta.”

Lui aspettò.

“C’era qualcosa che mancava.” dissi. “Che non abbiamo fatto ieri io e te. E non abbiamo fatto io e lui stanotte.”

“Cosa?”

Non risposi. Mi alzai, mi girai, mi sistemai sul letto. La faccia sul cuscino, il culo in su. Portai le mani indietro e mi aprii le chiappe, lentamente, senza fretta.

Non c’era nient’altro da spiegare.

Sentii lui finire di sbottonarsi la camicia. Sentii il rumore della cintura. Poi lo sentii avvicinarsi al letto, e frugare nella mia borsa sul comodino, dove sapeva avrebbe trovato i preservativi rimasti dal giorno prima.

Fuori il rumore della strada continuava. Non erano ancora le dieci. Avevamo più di un’ora.

Era più che sufficiente.

Mi fece sentire una troia. Nel senso buono del termine. Il senso che mi piace.

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