Certi gesti si possono fare solo a caldo
Avevo vent’anni e lui quasi quaranta. Già questo diceva tutto. Poi c’era la villa, il parco, la piscina con le sdraio di teak, i bicchieri di cristallo che nessuno lavava perché c’era qualcuno che li lavava al posto loro. C’erano le mogli degli amici con i vestiti che costavano quanto tre miei stipendi. C’era un sacco di roba che non ero abituata ad avere intorno.
Mi sentivo fuori posto. Ma mi piaceva lo stesso.
Giulio mi aveva invitata come se fosse la cosa più normale del mondo. “Vieni, starai bene.” E io ero andata, con la mia valigia e un filo di ansia. Quattro giorni in una villa al mare con i suoi amici e le loro compagne. Tutti tra i trentacinque e i quarantacinque. Tutti con quella sicurezza tranquilla di chi non ha mai dovuto preoccuparsi davvero di niente.
Mi guardavano. Non in modo cattivo. Mi guardavano e basta. Ero giovane, ero alta, ero abbronzata. Capivo cosa pensavano di me e capivo anche cosa pensavano di lui, invidiandolo o biasimandolo.
Il secondo pomeriggio eravamo in stanza. Le finestre erano aperte, tirava un po’ di vento caldo, e dal parco arrivavano voci, risate, il rumore dell’acqua in piscina. Giulio mi stava scopando nel culo. Non era la prima volta, con lui era diventata quasi una cosa normale. Ero appoggiata al materasso, lui dietro, le mani sui miei fianchi.
Mi tenevo ferma. Mordevo il cuscino.
“Perché non fai rumore?” disse.
“Ci sentono.”
“Lo so.”
Lo sapeva. Ovviamente lo sapeva. Le finestre erano spalancate e sotto c’erano tutti i suoi amici seduti intorno alla piscina.
“Fatti sentire.”
“Giulio.”
“Dai.”
“No.”
Mi scopò più forte. Involontariamente tirai fuori un suono. Mi rimisi il cuscino in bocca.
“Togliti quella roba dalla faccia.”
“No.”
Mi prese per i capelli, piano. Non violento. Solo deciso.
“Voglio che ci sentano per capire quanto sei troia.”
Mi fermai. Internamente, voglio dire. Fuori continuai ad assorbire le sue spinte perché non avevo molta scelta. Ma dentro mi fermai.
Quanto sei troia.
Una parte di me si offese. Una parte non piccola. Avevo vent’anni, ero lì con lui, lo stavo lasciando fare quello che voleva, e lui usava quella parola con quella faccia soddisfatta di chi si sta esibendo davanti a un pubblico.
Capii subito. Non ci volle molto. Voleva far sentire agli amici come scopava la sua ragazza giovane. Voleva che capissero. Voleva che lo invidiassero.
Non gliel’avrei data, quella soddisfazione.
“No.” dissi secca.
Lui rallentò. “No cosa?”
“Non grido.”
Silenzio. Poi riprese, più lento questa volta, più preciso. Trovò un angolo. Feci un rumore che non avrei voluto fare.
Il problema era che lui sapeva come farlo. Questo era il punto. Sapeva esattamente dove spingersi e a che ritmo e con quanta forza. E io, che avevo deciso di non dargli soddisfazione, mi ritrovai ad aggrapparmi al lenzuolo con tutte e due le mani mentre un gemito lungo e intenso mi usciva dalla gola, filtrato dal cuscino sì, ma abbastanza udibile da passare tranquillamente per una finestra aperta.
“Ecco.” disse lui.
Gliela volevo fare pagare. Ci tenevo. Ma lui andò avanti così, lungo e profondo, e io smisi di mordermi le labbra perché diventava inutile. I rumori uscirono. Prima trattenuti, poi meno. Dal parco le voci si abbassarono. Forse era una coincidenza.
Quando finimmo ero sudata e con la testa nel cuscino. Lui si alzò, andò in bagno, tornò. Io non mi ero mossa.
“Brava.” disse.
“Vaffanculo.” dissi io.
Rise. Si stava rivestendo. Lo sentii aprire la porta.
“Sai perché ti ho portata qui?” disse.
Alzai la testa. Lo guardai.
“Per far invidia a quei vecchi pirla. Per fargli capire come si scopa una troia così giovane. Fai il tuo lavoro bene.”
Chiuse la porta.
Rimasi sul letto. Nuda. Con la sua roba che mi colava fuori. E una rabbia tranquilla che mi si depositava nello stomaco come piombo. Insieme a un senso di colpa di sensazione di essere sbagliata io.
Fai il tuo lavoro bene.
Fissai il soffitto per qualche minuto. Dal parco sentivo le voci che riprendevano normali. Qualcuno rise. Giulio disse qualcosa con quella sua voce sicura e gli altri risero ancora.
Mi alzai.
Non presi niente. Non cercai un vestito, non cercai nemmeno le scarpe. Andai verso la porta così com’ero, la aprii, percorsi il corridoio, scesi le scale, attraversai il salone con i mobili di legno beige e i vasi di ceramica, e uscii fuori.
Il sole mi colpì subito. Il prato era caldo sotto i piedi nudi. Il parco era grande, con gli ulivi ai lati e la piscina al centro, e vicino alla piscina c’era un tavolo lungo con sedie e persone. Sette, otto persone. Bicchieri, bottiglia di vino bianco nel secchiello del ghiaccio, qualcuno con una sigaretta.
Mi videro tutti.
Il silenzio fu quasi comico. Uno per uno smisero di parlare. Qualcuno abbassò il bicchiere. Una donna portò la mano alla bocca. Non per scandalo, mi sembrò. Forse per trattenere una risata.
Giulio mi vide per ultimo perché era di spalle. Si voltò per capire perché era calato il silenzio. Mi guardò.
“Che cazzo fai? Vai a vestirti.”
Rimasi ferma sul bordo del prato. Li guardavo tutti e loro guardavano me.
“Vai a vestirti.” ripeté.
“Non volevi far vedere ai tuoi amici quanto sono troia?”
Silenzio. Poi qualcuno rise. Un uomo, Lorenzo forse, quello con la barba. Rise in modo aperto, senza cattiveria.
“Ti ha smontato, Giulio.” disse.
Una delle donne si alzò leggermente dalla sedia. Ludovica, si chiamava Ludovica, l’avevo sentita parlare la sera prima. Aveva quarant’anni passati e un modo di muoversi che mi aveva fatto pensare che da giovane doveva aver fatto girare la testa a parecchi.
“Non è troia.” disse. “È bellissima. Ha vent’anni. Dovrebbe mostrarsi finché può.”
Qualche altro commento partì dal tavolo. Qualcuno disse qualcosa che non capii bene ma il tono era di quelli che lusingano. Lorenzo disse a Giulio che anche loro si meritavano di godersela, e rise ancora.
Io intanto stavo capendo una cosa. Stavo capendo che mi stava piacendo. Non solo la situazione, non solo la vendetta. Mi stava piacendo essere lì, nuda, con tutti quegli occhi addosso. Mi sentivo calda. Non per il sole.
Giulio si alzò dalla sedia. Venne verso di me. Aveva la faccia di chi è incazzato ma non può darlo troppo a vedere perché è davanti agli amici e qualunque cosa faccia perde.
Si avvicinò fino a essere dietro di me. Si abbassò un po’ verso il mio orecchio.
“Vuoi davvero far vedere quanto sei troia?”
Prima che potessi rispondere sentii la sua mano passarmi tra le gambe da dietro. Istinto: avrei voluto scacciargliela. Stavo per farlo. Poi le sue dita trovarono quello che cercavano e me ne dimenticai.
Ero già bagnata. Lo sapeva.
“Ecco.” disse, con la stessa voce di prima in stanza.
Iniziò a muovere le dita. Ero in piedi sul prato, di fronte al tavolo con tutti seduti che ci guardavano, e lui mi stava masturbando da dietro con una competenza oscena. Feci un passo avanti quasi per scappare e invece mi ritrovai appoggiata al bordo del tavolo. Le mani piatte sul legno. La testa che cadeva in avanti.
Non ero capace di muovermi. Non volevo muovermi.
Lui continuava. Il tavolo era freddo sotto i palmi. Sentivo gli sguardi addosso come qualcosa di fisico. Mi vergognavo in modo assoluto e totale e non riuscivo a smettere di godere per lo stesso motivo. La vergogna e il piacere erano la stessa cosa, in quel momento, non riuscivo a separarli.
Il primo orgasmo arrivò senza che me ne accorgessi in anticipo. Sbavai un po’ sul tavolo. Non me ne importò.
Poi lui infilò il pollice. Dietro.
“No.” dissi. “Non farlo.”
Lo fece. Sentii tutto contemporaneamente, la sua mano davanti e il pollice dietro, e gemetti in modo imbarazzante davanti a otto persone che probabilmente non sapevano dove guardare. Qualcuno sì, probabilmente. Qualcuno guardava senza problemi.
Godetti ancora. E ancora. Persi il conto.
Alla fine rimasi stesa sul tavolo. Le braccia distese, la guancia sul legno. La mia bava era lì, sul tavolo di teak da mille euro. Chiusi gli occhi.
Attorno al tavolo era calato un silenzio strano. Non imbarazzato del tutto. Strano.
Sentii una sedia che strisciava.
Passi sull’erba.
Una voce di donna. Ludovica.
“Posso?”
Non capii cosa volesse chiedere. Non aprii gli occhi. Ero troppo fuori per formulare una domanda.
Giulio rispose. Con quella sua voce.
“Fa pure. Tanto è una troia.”
Rimasi ferma. Poi sentii qualcosa che non mi aspettavo. Una bocca. Da dietro, sulle cosce prima, poi su. Poi sulla figa.
Aprii gli occhi ma non mi mossi.
Nessuno mi aveva mai leccata così. Non con quella pazienza, non con quella precisione. Giulio era bravo a scoparmi ma questo era diverso. Era qualcuno che sapeva esattamente cosa fare e lo faceva senza fretta, senza dimostrare niente, solo per farlo bene.
Tornai dove ero stata. Più in fondo questa volta. Con il parco intorno, il sole, il silenzio degli altri che guardavano o non guardavano, non lo sapevo e non mi importava più.
Godetti con la faccia sul tavolo e le mani che non stringevano niente. Piano, questa volta. Lungo.
Rimasi lì dopo. Occhi chiusi. La lingua di Ludovica era ancora lì, poco più su, ancora più lenta.
Non dissi niente. Non c’era niente da dire.
"Certi gesti si possono fare solo a caldo." — La rabbia tranquilla che si depositava nello stomaco come piombo, e un senso di colpa, la sensazione di essere sbagliata lei.


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