Ero nel lussuoso ed elegante studio del mio commercialista. Dovevo discutere di complicate modifiche societarie. Dopo un preambolo con quello che era sempre stato il mio referente all’interno di quello studio lui mi fece alzare e mi disse:
“Ti affido a Federica, è lei l’esperta di queste problematiche. Le ho già spiegato di cosa si tratta.”
Mi condusse in una saletta e mi disse di aspettare lì. Pochi istanti dopo si presentò Federica, che mi colpì subito per l’aspetto fisico. Aveva una decina di anni meno di me, fisico snello, bel viso e lunghi capelli castani. Indossava una camicetta e dei pantaloni stretti in vita e aderenti lungo le gambe. Ai piedi aveva delle décolleté col tacco a spillo che portava con naturale eleganza. Rimasi affascinato da quelle e quando girò attorno al tavolo per sedersi di fronte a me ne ammirai con piacere il bel culo sodo e sporgente fasciato dai pantaloni.
Il mio primo pensiero fu che fosse una donna bellissima. E oggettivamente era una bella donna, in pochi lo avrebbero negato. Però per me c’era qualcosa che la rendeva veramente affascinante: era una copia identica e sputata del mio amore non corrisposto ai tempi del liceo.
Sputata? Davvero avevo pensato alla parola “sputata”? Sì e quella parola generò due immagini nella mia mente. Lei che mi sputava sul cazzo, prima di ingoiarlo. Io che le sputavo sul buco del culo prima di sfondarlo. Che pensieri perversi, nati così in un istante in un tardo pomeriggio estivo nello studio del mio commercialista. Solo perché avevo di fronte una che mi ricordava quella ragazza con cui per anni avevo immaginato di fare sesso, senza mai riuscirci.
Federica cominciò a parlarmi, a riepilogare la situazione e quello che avremmo dovuto fare, ma io per i primi cinque minuti non feci altro che guardarla imbambolato e perso nei miei pensieri, con la gambe accavallate per nascondere l’erezione che mi era sgorgata spontaneamente.
Poi mi ripresi. Tornai in me. Mi concentrai sulla questione lavorativa ed iniziai ad ascoltarla seriamente. Mi fece anche in quel contesto una ottima impressione. Sembrava preparata e consapevole sia dei problemi che delle soluzioni. Cercò di spiegarmi bene tutto, di presentarmi le possibili soluzioni e i possibili problemi. L’incontro, dal punto di vista lavorativo, si stava rivelando soddisfacente, ben più delle mie fantasie campate in aria che nulla avevano a che fare con quel contesto.
La questione era complessa. Le problematiche da affrontare erano tante. Passarono le ore. Gli altri uffici dello studio intorno a noi si svuotarono. Si fece tardi e rimanemmo soli. Federica era davvero brava, io facevo spesso fatica a seguire tutti i suoi ragionamenti e indicazioni, non essendo la mia materia. Ero stanco, era ormai ora di cena e ad un certo punto accadde qualcosa che distolse in modo definitivo la mia attenzione dalle cose che lei diceva.
Il tavolo di quella saletta era di vetro. Durante tutto il pomeriggio mi era capitato spesso di soffermare il mio sguardo sui piedi di Federica, con indosso quelle belle scarpe col tacco. Mi piacevano molto. L’ennesima volta che rivolsi lo sguardo in basso notai come avesse sfilato il tallone da una delle due scarpe e la faceva dondolare reggendola solo con le dita. Un gesto sensuale, più di quello che uno potrebbe razionalmente immaginare. Rimasi a fissarlo distraendomi e quasi eccitandomi. Poi dopo qualche istante appoggiò a terra la scarpa, togliendosela del tutto. Lo fece anche con l’altra, in modo naturale, senza malizia. A quel punto avevo sotto i miei occhi i suoi piedi nudi, belli, curati e come piacevano a me.
“Ehi? Ci sei?”
La voce di Federica mi destò dal mio sogno (erotico) ad occhi aperti. La guardai colto di sorpresa.
“Eh. Scusami. Mi ero perso. Sono stanco.”
“Ah. Scusami tu. Parlo troppo. In effetti è tardi. Però dovremmo cercare di chiudere almeno su certe cose, così io poi i prossimi giorni posso iniziare a preparare la documentazione.”
“Eh. Ah. Sì.” risposi con tono assente e istintivamente guardai di nuovo in basso, verso i suoi piedi. Lei a quel punto lo notò.
“Oh. Scusami. Mi sono tolta le scarpe. Non ce la facevo più, tutto il giorno su questi tacchi, sai… Cioè, no, non puoi saperlo, ma lo immaginerai. Scusami di nuovo, è una cosa un po’ inopportuna sul posto di lavoro.”
“Figurati. No, non è inopportuna.”
“Un po’ sì, dai. Se vuoi le rimetto.”
“No, no resta pure così. Anzi…”
“Cosa?”
“No, pensavo: tu non ce la fai più a indossare i tacchi, io non ce la faccio più a seguire i tuoi ragionamenti. Ho bisogno di una distrazione… diciamo così… meccanica. Un gesto ripetitivo che distragga il cervello mentre cerco di stare attento. Quindi, se vuoi, posso farti un massaggio ai piedi mentre finiamo.”
L’avevo detto davvero? Non mi ero reso conto neanche di averlo pensato e l’avevo detto. Istintivamente avevo voglia di toccarglieli.
“Beh, questo si che sarebbe inopportuno.” disse lei, non rifiutando ma facendo capire di essere sorpresa dalla mia proposta.
“No, perché?” risposi io ma poi mi corressi. “Beh, sì in effetti sarebbe un po’ inopportuno. Ma chi se ne frega. Non lo diciamo a nessuno.”
Mi guardò con aria interrogativa, forse non capiva se stavo scherzando o cosa. Non lo sapevo neanche io, a dire il vero.
“Mi prometti che riesci a stare attento? Devi darmi alcune risposte chiave, altrimenti non andiamo avanti.”
“Lo prometto.” dissi facendo il gesto di un giuramento.
Pochi secondi dopo lei si sedette meglio sulla sedia e allungò le gambe sotto al tavolo, appoggiando i piedi sulle mie cosce. Le presi fra le mani un piede iniziando un lento massaggio. Trovai eccitante quel gesto ma dovevo anche concentrarmi sul lavoro, glielo avevo promesso.
Dopo un quarto d’ora avevamo smarcato gli ultimi punti e preso le ultime decisioni. Potevamo finalmente rilassarci. Federica si lasciò andare un po’ all’indietro sulla sedia e non tolse i piedi dal mio grembo. Io continuai il massaggio. La conversazione non si fermò, virando però su cose leggere, personali, facezie e chiacchiere. La vidi rilassarsi e abbandonare un po’ quel suo rigore che aveva mostrato in quel pomeriggio di lavoro.
La guardai negli occhi. Sorrise. Un sorriso malizioso, col senno di poi.
Mosse il piede che non tenevo fra le mani, spingendolo verso di me. Non capii subito le sue intenzioni fin quando mi toccò con le dita fra le gambe.
“Anche questo mi sembra un po’ inopportuno.” disse con tono divertito.
Il suo piede premette contro la mia evidente erezione. Non mi ero quasi accorto di averla, dopo tutto quel manipolarle i piedi, e non mi ero accorto che fosse così evidente, soprattutto. Deglutii nervosamente.
“Co… cosa?” balbettai non sapendo come reagire a quel gesto inaspettato.
“Che io ti stia toccando col piede lì… è inopportuno. Ma anche che tu è tutto il pomeriggio che hai una erezione che va e viene…”
“Era così evidente?”
“Sì. O hai pantaloni molto stretti o hai qualcosa difficile da nascondere.”
“Scusami… è stata… involontaria…” sorvolai sul complimento camuffato da battuta, ma ne fui orgoglioso.
“Come la richiesta di massaggiarmi i piedi?”
“Beh… in un certo senso sì… mi è venuta spontanea…”
Mi guardò con l’aria di chi non si fa prendere in giro. Poi tolse i piedi e sembrò dare un chiusura definitiva a quell’incontro, reinfilandosi le scarpe e cominciando a rimettere a posto le cose che erano sul tavolo.
“Meglio finirla qui, prima di fare altre cose inopportune.” mi disse facendomi l’occhiolino. Rimasi un po’ spiazzato dal quell’atteggiamento. Da un lato sembrava disponibile a giocare, anche più di quello che mi sarei aspettato. Dall’altro mandava messaggi di chiusura.
“Scusami ancora.” dissi. “È una questione anatomica. Noi uomini siamo svantaggiati. Non riusciamo a nascondere niente.”
“In che senso?”
“Nel senso che voi donne siete più fortunate. In questi casi potete tenere queste cose nascoste, tutte al vostro interno. Senza manifestazioni evidenti.”
Lei alzò un sopracciglio.
“Dipende.” disse.
“Da cosa?”
“Da quanto uno ci fa caso.”
Non capii subito. Poi capii. La guardai. Scesi con gli occhi verso la camicetta. I capezzoli erano turgidi, visibili attraverso il tessuto. Erano lì da un po’, probabilmente. Non me n’ero accorto prima.
La guardai in faccia. Lei mi guardò. Non disse niente. Neanch’io.
Qualche secondo di silenzio. Uno di quei silenzi che pesano, che dicono già tutto.
Poi lei si girò verso il tavolo e riprese a raccogliere i fogli. Io mi alzai. Girai attorno alla scrivania per aiutarla. Non c’era motivo plausibile per farlo, ma lo feci lo stesso. Lei non protestò.
Eravamo vicini. Molto vicini. Le nostre braccia si sfiorarono due volte. La terza non fu uno sfioramento.
Non so chi si mosse per primo. Probabilmente tutti e due insieme. Ci trovammo a baciarci. Non fu un bacio timido. Fu subito duro, con le mani. Lei mi prese la testa, io le presi i fianchi. Andammo avanti un bel po’.
Poi lei staccò le labbra e con una mano cercò in basso.
“Mi era piaciuto sentirlo sotto i piedi.” ansimò contro la mia bocca.
Mi trovò. Strinse. Emisi un suono indefinito.
La girai. Era semplice, lei assecondò. Le abbassai i pantaloni fino alle cosce. Aveva il culo esattamente come me lo ero immaginato tutto il pomeriggio. Sodo, sporgente, proporzionato. Mi appoggiai contro di lei.
“Aspetta.” disse.
“Cosa?”
“Hai un preservativo?”
Feci una pausa.
“Federica, sono venuto dal commercialista.”
“E quindi?”
“Chi va dal commercialista col preservativo in tasca?”
Rise. Una risata vera, non di circostanza.
“Hai ragione. Per il resto mi fiderei di te. Però io non prendo la pillola. E non sono giorni sicuri.”
“Non sicuri quanto?”
“Abbastanza da non rischiare.”
Rimasi lì, con i pantaloni di lei abbassati e le mie intenzioni piuttosto evidenti. Pensai. Pensai a quella mezz’ora prima, ai suoi piedi sul mio grembo, alle dita, al calore.
“Potremmo…” cominciai.
“Cosa?”
“Prima stavo pensando a una cosa. Con i tuoi piedi. Se vuoi. Poi ti lecco, o prima ti lecco e poi tu, con i piedi…”
Si girò a metà. Mi guardò con un’espressione tra il lusingato e l’incredulo.
“Grazie.” disse. “Ma no.”
“No?”
“Siamo arrivati fin qui, troppo oltre. Ho i pantaloni abbassati. Tu hai quella cosa lì.” indicò con un gesto vago ma preciso. “Voglio il tuo cazzo, non la tua lingua. E neanche farti una sega coi piedi.”
“So leccare bene, però, te lo garantisco.”
“Ne sono certa. Un’altra volta, magari. Adesso no.”
“Ma allora come…?”
Mi guardò. Aveva quell’aria di chi ha già trovato la soluzione e aspetta solo che anche l’altro ci arrivi. Come nel pomeriggio, quando aspettava che io capissi i ragionamenti sulle modifiche societarie.
“Nello studio del tuo commercialista, troviamo sempre una soluzione, no? Professionale o no.”
Si girò di spalle. Si sporse leggermente in avanti appoggiandosi al bordo del tavolo. Con entrambe le mani si aprì le chiappe.
Rimasi fermo qualche secondo. Poi capii.
Si girò di nuovo verso di me, si sputò sulla mano e me la passò sul cazzo con una praticità disarmante. Poi si rigirò. Sputò di nuovo, direttamente. Abbondante. Senza cerimonie.
“Piano all’inizio.” disse.
“Ok.”
“Poi non preoccuparti. Mi piace un po’ forte.”
Deglutii. Poi mi chinai e sputai anche io, centrando il suo buco del culo.
“Non sarà un po’… inopportuno?” dissi. Anche in quel momento non riuscii a trattenermi.
Si girò verso di me un’ultima volta. Aveva un sorriso. Non malizioso. Convinto.
“Sii inopportuno.” disse. “Più che puoi.”
Cominciai piano. Lei non fece una piega. Dopo poco spinsi di più. Emise un suono basso, dalla gola. Appoggiai le mani sui suoi fianchi. Il tavolo di vetro rifletteva i nostri corpi, le nostre espressioni.
Pensai che avrei dovuto sentirmi fuori luogo. In uno studio professionale, con una donna che conoscevo da quattro ore, nel buco sbagliato, senza preservativo, con i fogli delle modifiche societarie ancora sparsi sul tavolo.
Non mi sentii fuori luogo per niente.
Lei piegò la schiena, abbassò ulteriormente il bacino, cambiò angolo. Capii cosa voleva. Glielo diedi.
“Così.” disse.
Non aggiunse altro.
Andammo avanti. Lei rimase appoggiata al tavolo e non si mosse di un centimetro da lì, respirando forte e gemendo. Io guardai il suo culo, la sua schiena, i capelli castani sciolti in avanti sul piano di vetro.
Pensai alla ragazza del liceo. Poi smisi di pensarci. Non era più necessario.
Quando finii lei rimase qualche secondo nella stessa posizione. Poi si raddrizzò, si risistemò i pantaloni, raccolse i capelli.
Si voltò.
Aveva la stessa espressione professionale di quando mi aveva illustrato le soluzioni alle problematiche societarie. Solo leggermente più accaldata.
“Bene.” disse.
“Bene.” risposi.
Raccogliemmo i fogli dal tavolo in silenzio. Li misi in ordine. Lei li mise in una cartella.
“Ti mando una mail con il riepilogo.” disse.
“Perfetto.”
“Entro domani.”
“Grazie.”
Presi la giacca dallo schienale della sedia. Lei rimise le scarpe. Quelle décolleté col tacco, che avevano dato il via a tutto quanto.
Uscimmo dalla saletta. Lo studio era vuoto e buio. Solo il corridoio aveva ancora le luci accese.
Arrivati all’uscita lei aprì la porta.
“È stata una riunione produttiva.” disse.
“Molto.” risposi.
Annuì. Seria. Come se stesse confermando un verbale.
Poi chiuse la porta alle mie spalle.
"È stata una riunione produttiva." disse. "Molto." risposi. Annuì. Seria. Come se stesse confermando un verbale.


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