Panni sporchi copertina
Un racconto di Analcoholic

Panni sporchi

02 febbraio 202531 minuti di lettura

Finalmente le ferie estive erano arrivate. Avevo dato l’ultimo esame e potevo rilassarmi un po’. Avevo in programma un viaggio con il mio fidanzato ed altri amici, ma prima avrei passato qualche settimana da mia madre, nel paesino del centro Italia da cui provenivo. Questa prospettiva non mi allettava tantissimo, mi sarei un po’ annoiata rispetto alla vita da studentessa a Bologna, ma era giusto che stessi un po’ anche con mia madre. Inoltre, dopo una settimana, mi avrebbe raggiunta il mio ragazzo, per passare un po’ di tempo da soli prima della vacanza con gli amici.

Mia madre mi venne a prendere alla stazione della vicina città. Lei era una donna molto piacente che aveva superato da poco i quarant’anni. Avevo sempre sentito una sorta di invidia nei suoi confronti perché durante la mia adolescenza mi sentivo sempre molto meno bella e attraente di lei. A contribuire a questa sensazione di inadeguatezza c’era stato anche un episodio nel quale avevo udito i miei compagni di scuola, tra cui anche uno che mi piaceva molto ma non mi calcolava, fare apprezzamenti molto pesanti e osceni mentre parlavano fra di loro riferendosi a mia madre. Ora che mi ero fatta donna avevo in buona parte superato questo complesso, a parte per quanto riguardava il seno. Le mie tettine erano appena accennate, mentre mia madre sfoggiava una quarta abbondante che tra l’altro non risentiva ancora del passare del tempo, come il resto del suo corpo, modellato dalla palestra.

Insieme a lei c’era Bernardo, il suo nuovo compagno che io avevo incrociato di sfuggita solo nei rari weekend in cui ero tornata a casa. Era suo coetaneo, un bell’uomo alto e imponente, che lavorava come operaio. Non mi stava particolarmente simpatico, come tutti gli uomini che aveva avuto dopo il divorzio. Ne aveva cambiati molti, mentre io avevo sempre faticato a trovare un ragazzo. Anche questo aveva fatto crescere in me un po’ di insicurezza.

Mentre caricavo le valigie sull’auto sorpresi Bernardo a indugiare un po’ troppo lo sguardo sul mio fondoschiena. Indossavo dei pantaloncini corti e quella era sempre stata la parte del mio corpo che faceva girare gli sguardi degli uomini. Apprezzai divertita la cosa, una sorta di rivincita nei confronti di mia madre.


Tornata nella casa dell’infanzia impiegai poco a riadattarmi e a riabituarmi ai ritmi lenti del paese. Mi svegliavo sempre tardi, non avevo molto da fare. Le poche amiche di un tempo ormai erano sparite o avevo perso i contatti.

Mi ero appena svegliata e mi diressi verso il bagno entrandovi senza fare caso se fosse occupato. Era tardi e pensavo di essere sola in casa, gli altri dovevano essere a lavorare. E invece dentro c’era Bernardo che era appena uscito dalla doccia. Era parzialmente di spalle e per fortuna non poteva vedermi, anche perché si stava asciugando i capelli con un asciugamano posato sulla testa. Notai un corpo decisamente muscoloso. Si stava girando ed io stavo richiudendo la porta per uscire senza farmi scoprire. Avvenne tutto in un lampo ma una immagine fece in tempo a fermarsi sulla mia retina. Lo vidi in mezzo alle gambe.

Tornai di corsa in camera, sperando non si fosse accorto di nulla. Ripensai a quello che avevo visto. Chiusi gli occhi e cercai di ricostruire l’immagine. Dovevo per forza aver avuto una impressione sbagliata. Forse ce lo aveva duro, pensai, anche se non sembrava dato che penzolava ricurvo fra le gambe. Mi guardai l’avambraccio e provai a fare le proporzioni.

Mi sorpresi eccitata. Mi toccai fra le lenzuola.


“Sei entrata in bagno questa mattina?” mi chiese mentre, più tardi, apparecchiavo la tavola mentre lui cucinava per pranzare insieme a mia madre che sarebbe arrivata di lì a poco. Avevo scoperto che lui non andava a lavorare tutti i giorni perché l’azienda era in crisi.

“Sì, scusa, stavo per entrare ma mi sono accorta che era occupato.” risposi io in fretta arrossendo e girandomi per non farmi vedere.

“Io mi scuso, sai siamo abituati a non avere ospiti per casa.”

Lo guardai per capire se in questa sua domanda c’era stata della malizia oppure no. Sembrava tranquillo e impassibile. Lo fissai per un attimo, figurandomi il suo corpo nudo. Si girò ed io sbirciai fra le gambe. Indossava dei pantaloncini e per questo il bozzo che aveva era molto evidente, troppo evidente. Ora che lo avevo notato non riuscivo a non guardarlo e lui forse se ne accorse. Io arrossii poi per fortuna arrivò mia madre e mi distrassi.


Era una notte calda e facevo fatica a dormire. Mi alzai ed andai alla finestra aperta per cogliere qualche refolo di vento. Rimasi ad osservare la notte ed il cielo stellato. Poi un rumore ovattato ma ripetitivo mi arrivò all’orecchio. Lo ascoltai nel silenzio della notte e quando capii cosa fosse sentii una strana eccitazione salirmi fra le gambe. Erano mia madre e Bernardo che, evidentemente, stavano facendo l’amore.

Tornai a letto cercando di non pensarci ma non riuscivo a togliermelo dalla testa. Mi masturbai e pensavo di essere al posto di mia madre, con Bernardo ed il suo immenso gingillo sopra di me.

Mi venne una idea folle. Il balcone della loro stanza comunicava con quello della cucina. Dopo poco ero a fianco della loro porta finestra. Dalla stanza arrivava una flebile luce, come di una candela accesa. Con molta attenzione allungai la testa e guardai un attimo dentro. Quello che vidi fu il corpo di mia madre, che era a quattro zampe, dalla cintola in giù, e Bernardo dietro che con esasperante lentezza avanzava ed arretrava, inserendo ed estrando il suo grosso sesso lucido e bagnato dal corpo di lei.

Scappai e nello stesso tempo stavo avendo un orgasmo. Poco dopo feci mente locale e capii dove, con buone probabilità, glielo stava infilando. Io avevo sempre detto di no al mio ragazzo a quel tipo di penetrazione, ma quello che avevo visto mi eccitava a dismisura.


Finalmente arrivò Giulio, il mio fidanzato. Lo andai a prendere in stazione. Ero infoiata come non mai. In quei giorni mi era cresciuta una voglia che raramente avevo avuto. Stavo quasi pensando di trovare il modo di fare l’amore prima di arrivare a casa. Non era da me, ma lui probabilmente avrebbe apprezzato.

Gli corsi incontro, lo baciai appassionatamente. Quando fummo in macchina ci baciammo di nuovo e non resistetti. Glielo proposi.

“E dove pensi di andare?” fece lui entusiasta ma titubante.

“Non so, in mezzo a qualche campo isolato.”

“Ok.”

Farlo in piena estate dentro un’auto al sole non si rivelò una buona idea. Decidemmo di uscire. Mi disse di appoggiarmi al cofano dell’auto, voleva prendermi così. Non mi dispiaceva l’idea, ma appena appoggiai le mani le ritrassi immediatamente. L’auto scottava. Ci infilammo fra le spighe di grano, ma il terreno era scomodo, l’erba pungeva e c’erano degli insetti. Alla fine rinunciammo delusi.

Dovemmo aspettare fino a sera, quando fummo in camera. Forse la troppa attesa o la stanchezza della giornata fece sì che non fu un grande rapporto. Lui venne praticamente subito ed io rimasi insoddisfatta. Si addormentò mentre io non riuscivo a prendere sonno.

Ripensai a cosa avevo provato quando gli avevo afferrato il suo sesso con la mano. Una sensazione di delusione. In quel momento avevo pensato a Bernardo. Con le mie amiche si scherzava riguardo alle dimensioni dei piselli dei ragazzi, ma non avevo mai considerato che fossero importanti. Mai lo avevo percepito come inadeguato.

Mi detti piacere da sola, pensando che il mio ragazzo fosse superdotato. Venni quando con un ditino mi stimolai l’ano.


Noi donne ci accorgiamo di tutto e notai subito con che sguardo Giulio osservò mia madre che ci preparava la colazione il giorno dopo. Era vestita poco, dato il caldo, con una vestaglietta molto aderente e gli occhi del mio ragazzo finivano sempre in mezzo alla scollatura. Mi aveva sempre detto che non gli importava che io avessi poco seno, ma era evidente che era attratto, come tutti gli uomini, dalle donne dalle tette grosse.

Non so se fu perché attizzato da quella visione, ma appena fummo da soli in casa mi saltò letteralmente addosso. Andammo a farlo sotto la doccia.

Mi stava insaponando tutta la schiena e giù fino a piedi, indugiando molto spesso sul fondoschiena e infilando la mano di taglio fra le chiappe passando le dita sul buchino e sul sesso. Io mi godevo questo trattamento. Lo sentivo incerto, titubante, come in attesa di qualcosa. Stava aspettando il momento giusto, e forse il coraggio, per sussurrarmi all’orecchio:

“Mi piacerebbe infilartelo nel culetto, ti va di provare?”

Io non risposi, perché non sapevo bene cosa rispondere. Mi limitai a mugolare ma, con il corpo, mi feci indietro premendo il culo contro di lui. Fino ad allora gli avevo sempre detto no. Avevo un po’ di paura, non tanto dell’atto in sé ma del fatto che lui era inesperto e temevo non si sapesse controllare e mi facesse male. Quel giorno però, dopo quello che avevo visto avevo un po’ più di voglia del solito. L’eccitazione mi salì pensando di non avere dietro di me il mio ragazzo, ma qualcun altro, qualcuno di ben preciso. Portai la mano dietro e gli presi il cazzo, per puntarmelo contro l’apertura, ma sentendolo nella mano mi smorzò la fantasia. Era paradossale ma la dimensione inferiore mi fece tornare la paura.

“No, no. Non mi sento ancora pronta.” gli risposi deludendolo.

Per farmi perdonare mi inginocchiai e mi impegnai in una lunga fellatio con conclusione in bocca, cosa che gli consentivo molto raramente. La mia ossessione però stava crescendo. Anche mentre ero impegnata a succhiarglielo fantasticavo su come sarebbe stato farlo ad un membro di dimensioni spropositate.


Era la notte prima della nostra partenza per il viaggio con gli amici, destinazione: un campeggio in Sardegna. Mi svegliai accaldata e assetata. Ero nuda e nel buio presi la prima cosa che trovai: una canottierina con le spalline sottili e che non arrivava a coprirmi né il pube né, chiaramente, il culetto sporgente. Pensai che tanto dormivano tutti e non era un problema arrivare fino alla cucina per bere un bicchiere d’acqua.

Camminai nella casa buia, illuminata solo dalla luce esterna della luna, godendomi la frescura delle piastrelle contro i piedi nudi. Arrivai al mobile della cucina e mi alzai in punta di piedi per raggiungere uno dei bicchieri in alto. La canottiera salì ancora di più scoprendo ulteriormente il fondoschiena. Mi piacque quella sensazione. Immaginai di stare dando spettacolo per uno spettatore immaginario.

Mi girai, versai l’acqua nel bicchiere e… la bottiglia mi sfuggi di mano, quasi lanciai un urlo e mi presi un grandissimo spavento. Seduto sul divano, nell’ombra, c’era Bernardo. Vidi il chiaro dei suoi occhi e del suo sorriso. Impiegai parecchio per riprendermi e per fare mente locale sulla situazione. Lo spettatore che avevo immaginato c’era veramente, si era quindi goduto ampiamente la visione del mio culetto nudo, ed era proprio lo spettatore a cui avevo pensato. Mi resi conto che gli stavo continuando a mostrare le mie nudità e istintivamente tirai verso il basso la canottiera, per cercare di coprirmi almeno un po’.

“Che ci fai qua? Mi hai fatto prendere un colpo.”

“Non riuscivo a dormire ed ero venuto qua per vedere se sul divano c’era più fresco.”

“Ah, quindi ti ho svegliato?” chiesi io, in parte speranzosa che stesse dormendo e non avesse visto nulla. In realtà la mia domanda era volta a capire se mi aveva visto il culo.

“No, ero ben sveglio.” mi rispose con un sorriso inequivocabile. Aveva colto la mia domanda sottointesa. Per fortuna nella penombra non si poteva cogliere il mio arrossamento del viso. “Ma direi che siamo pari, no?” aggiunse sornione.

“Pari? In che senso?”

“Non ho visto più di quello che tu hai visto l’altro giorno, quando sei entrata nel bagno.”

Ringraziai ancora il buio che copriva il mio imbarazzo. A quel punto notai che anche lui non era molto più vestito di me. Indossava soltanto un paio di boxer che, grazie ad un raggio di luna che entrava dalla finestra, notai che nascondevano a stento il suo sesso, in apparente stato di semi erezione. Mi senti mancare le ginocchia e sentii colare gli umori lungo le cosce.

“Ah no, dimenticavo, non siamo ancora pari.” disse poco dopo.

“Cioè?” chiesi io che ormai non ero molto lucida.

“Io non ti ancora spiato mentre lo fai con il tuo ragazzo.”

Scappai, corsi via e mi chiusi in bagno. Avevo il cuore a mille. Dunque si era accorto di me sul balcone. Ripensai alla scena. Per calmarmi mi masturbai pensando di uscire da quel bagno, andare sul divano dove era seduto, abbassargli i boxer e impalarmi sul suo cazzone e godere urlando e svegliando Giulio e mia madre in modo che venissero a guardarci e nell’eccitazione complessiva iniziassero a scopare fra loro. Persi il conto degli orgasmi che mi procurai stesa sulle piastrelle del bagno.


Fui un po’ scontrosa durante il viaggio, diminuendo il mio malumore solo quando ci ritrovammo con gli altri amici per imbarcarci sul traghetto per la Sardegna. Ripensavo alla sera prima e a tutti i dubbi che mi frullavano per la testa. Dentro di me avevo voglia di trasgressione e di sesso ma allo stesso tempo non riuscivo a percepire il mio compagno come complice di questi desideri. Mi stavo convincendo che durante quella vacanza lo avrei tradito, non sapevo come e con chi ma mi sembrava inevitabile.

Tra gli amici non c’era nessuno di papabile e in ogni caso sarebbe stato troppo rischioso. Cominciai a guardarmi attorno. In campeggio ragazzi carini non mancavano. Bisognava trovare l’occasione giusta.

Una sera ci attardammo parecchio presso il bar/discoteca del campeggio, tanto che molti di noi, stanchi erano già andati a letto, compreso Giulio. Ero veramente libera per la prima volta durante la vacanza. Gli altri amici ballavano e non badavano a me. Puntai ad uno dei baristi, un tipo palestrato niente male, forse anche più giovane di me.

Probabilmente era abituato agli approcci delle turiste e non ci volle molto a fargli capire che ci stavo. Mi accompagnò sul retro. Mi inginocchiai, si abbassò i pantaloni e glielo presi in bocca. Aveva un bel cazzo, non molto lungo ma decisamente largo. Fu molto piacevole aggrapparsi ad i suoi glutei muscolosi per accompagnare il movimento.

Mi fece alzare ed appoggiare con il busto ad un ripiano. Mi alzò la gonna e quasi mi strappò di dosso il perizoma. Ero eccitata. Stavo pensando se fosse il caso di farmi scopare anche analmente. La situazione forse non era molto romantica come prima volta ma anche per questo aveva il suo fascino. L’idea poi di concederlo ad uno sconosciuto al primo incontro era stimolante. Stava per penetrarmi e lo fermai chiedendogli se non aveva intenzione di mettersi un preservativo. Fece un’aria un po’ scocciata, si rivestì e mi disse di aspettarlo mentre si allontanò. Io ero lì, con il culo nudo per aria. L’eccitazione mi passò improvvisamente. Era uno sprovveduto, solo un ragazzino infoiato. Non potevo certo fidarmi di uno così per farmi inculare. Mi tirai su le mutandine e me ne andai nell’ombra pensando a come evitare di incontrarlo nei giorni successivi.


I miei propositi adulteri stavano fallendo mentre in testa avevo sempre più una ossessione che veniva rappresentata dalla figura di Bernardo. Ero in spiaggia che leggevo un libro, ma pensavo ad altro, quando il mio sguardo andò oltre le pagine fino alla famigliola che c’era nell’ombrellone vicino.

Erano una coppia vicina ai quaranta con due bambini piccoli. Lei era una donna bellissima, con capelli lisci lunghi biondi, un viso regolare e un corpo tonico, che non dimostrava né l’età né la doppia gravidanza, a malapena coperto da un bikini molto audace che faticava a contenerne i seni e che si infilava ammiccante fra le chiappe. Lui era al suo livello: un bell’uomo con un bel fisico, in contrasto con i capelli che cominciavano ad essere brizzolati. Mi sollevai gli occhiali da sole e lo fissai. Dopo qualche minuto se ne accorse incrociando alcune volte il mio sguardo.

Fui abbastanza esplicita nel mio tentativo di seduzione a distanza per mezzo soltanto di lunghe occhiate eloquenti e alcuni movimenti ben studiati. Ero su di giri sia perché mi sembrava l’uomo ideale per un incontro segreto sia perché riuscivo ad attirare la sua attenzione nonostante avesse al fianco una donna così attraente. Aguzzando la vista mi sembrò, addirittura, di aver causato un leggero aumento della protuberanza nascosta dal suo costume.

Quando mi sembrò cotto a puntino mi alzai e dissi a Giulio che non stavo benissimo e mi allontanavo dalla spiaggia per andare un po’ al campeggio e stare all’ombra. Passai a fianco dell’uomo, sculettando e invitandolo chiaramente a seguirmi senza farmi notare da altri. Arrivata al limite della spiaggia mi fermai e mi girai. Si stava alzando. Appena fuori dalla vista mi fermai ad aspettarlo.

“Andiamo da me?” mi chiese sicuro, autoritario, senza esitazioni e senza paura che fra noi ci fosse stato un fraintendimento.

Arrivammo in uno degli appartamentini a fianco del campeggio, su una piccola altura, dai quali si scorgeva la spiaggia. La stanza era in penombra, per le persiane semi chiuse.


“E’ ora che tu vada.” mi disse mentre dalla veranda dell’appartamentino controllava con un binocolo la moglie in spiaggia. Evidentemente si stava preparando per tornare a casa con i bambini. Era completamente nudo ed io, dalla sdraio su cui ero, anche io senza vestiti, gli osservavo la schiena muscolosa.

Avevamo passato circa un’ora a scopare, prima nel loro letto, poi sotto la doccia. Lui era bravo, altruista e fantasioso. Mi aveva fatto fare cose insolite e interessanti. Io glielo avevo detto subito che volevo perdere la verginità anale. A lui si erano illuminati gli occhi.

Era stato gentile e premuroso nella preparazione e forte e sicuro nell’atto. Mi era piaciuto. Mi aveva sussurrato cose indicibili che mi avevano fatto impazzire.

Aveva un bel cazzo, abbastanza lungo, non grossissimo, ma proprio bello da vedere, con una cappella perfetta.

Gli chiesi cosa aveva visto in me, con la moglie bellissima che aveva. Mi disse che in me aveva colto la voglia di sperimentare e di trasgredire, cosa che con la moglie ormai aveva perso. Mi confessò che si tradivano a vicenda, consapevoli l’uno dell’altro ma facendo finta di non sapere. Lui con la moglie di un suo amico, lei con il suo capo al lavoro. Gli chiesi se non gli dava fastidio. Mi rispose di no, che trovava eccitante che la moglie fosse ancora la troia che aveva conosciuto, anche se lo era con un altro.


Tornammo a casa dalla vacanza. Nel viaggio di ritorno io e Giulio avemmo anche una discussione, una litigata. La questione era che durante la vacanza non avevamo mai fatto sesso. Io accusavo lui di non averci mai neanche provato a farlo, come se non volesse farlo. Lui si giustificò dicendo che non c’era mai stata l’occasione, sempre in compagnia degli amici e mai con un momento di vera intimità. Io che il momento di intimità me lo ero trovato non con lui non accettai questa spiegazione e lo attaccai. Forse volevo dare a lui la colpa che sentivo dentro di me.

Dopo questa tensione tra noi Giulio anticipò il rientro. Non voleva stare ancora altri giorni a casa di mia madre, come invece avrei fatto io, prima di tornare alla nostra vita da universitari fuori sede.

Il giorno prima della sua partenza mi svegliai al mattino da sola nella stanza. Mi alzai andai in bagno e poi mi diressi verso la cucina. La porta era socchiusa, stavo per aprirla quando sentii parlare. Erano Giulio e Bernardo. Curiosa di sentire che cosa si stavano dicendo il mio patrigno e il mio fidanzato non avanzai oltre e tesi l’orecchio verso la fessura della porta, per sentire meglio.

Bernardo chiese come era andata la vacanza. Fece qualche domanda su cosa avevamo fatto dove eravamo stati. Poi chiese di me, se mi ero divertita. Giulio rispondeva senza dare troppi dettagli.

A quel punto Bernardo fece qualche domanda che andava più nel privato. Voleva sapere come andava fra noi, com’era il nostro rapporto. Giulio rispose che era tutto a posto, che ci volevamo bene, che mi amava. Bernardo chiese come andava dal punto di vista del sesso. Giulio rispose: “Ok.”

“Te la sei bombata per bene in vacanza?” osò Bernardo.

“Eh? Sì, abbastanza.” mentì Giulio, probabilmente in soggezione di fronte ad un uomo più adulto di lui.

“Bravo ragazzo.” commentò il mio patrigno. “Le donne vanno soddisfatte da quel punto di vista.”

“Sì.” rispose con poca convinzione il mio fidanzato.

“Spero per te che lei abbia preso dalla madre da questo punto di vista.”

“Cioè?” chiese Giulio con un tono fin troppo curioso nella voce.

“Intendo che sia una troietta a letto come sua madre. A me dà quella impressione, ma forse è perché so come è sua madre. Tu che dici?”

“Mah… non so…” sembrava imbarazzato.

“Certo, fisicamente sono diverse, ma dentro secondo me sono simili.”

“In che senso?”

“Direi che non c’è molto da spiegare, l’avrai vista tua suocera no? Con quelle tettone. La tua ragazza invece ha il punto forte nel culetto. Non sei d’accordo?”

“Eh, sì, sì.”

“Su cosa sei d’accordo?” lo provocò Bernardo. “Che la tua ragazza ha un gran bel culo o che tua suocera ha delle gran belle tette?”

“Eh… entrambe le cose…”

“Bravo… ti piace anche la suocera eh? Ci hai fatto più di un pensierino a quelle tette? Non ti preoccupare, ti capisco. Avrei fatto lo stesso. Cosa hai immaginato? Una spagnola?”

“Ehm… qualcosa del genere…” rispose imbarazzato Giulio ed io mi sentii avvampare per la gelosia nell’immaginare il mio fidanzato che si eccitava pensando a mia madre, alle sue tette, che peraltro a me mancavano.

“E invece sai qual è il punto forte della mia donna? Intendo sessualmente, non fisicamente.” insistette Bernardo, divertito dall’imbarazzo del giovane e da quei discorsi su temi tabù. “È il culo. Ama troppo prenderlo dietro. È bravissima a farlo. Spero per te la figlia abbia preso anche questo da sua madre. Con quel culo che si ritrova, poi, sarebbe ancor meglio.”

La gelosia si mischiò a orgoglio per il modo in cui era ammirato il mio fondoschiena e a confusione per pensieri erotici e informazioni sessuali che riguardavano componenti della famiglia, acquisiti e no.

“Eh…” abbozzò Giulio.

“Dimmi, Giulio, te lo dà il culetto?”

“Ehm… sì, cioè no… non ancora… ci stiamo provando…” fu sincero in questa risposta.

“Ah. Eh, devi essere bravo. Una donna va sodomizzata con attenzione. Se ci riesci poi lo adorerà e lo vorrà sempre fare. Devi pensare al suo piacere mentre lo fai, non al tuo altrimenti rovini tutto. Però non devi darle l’impressione che pensi solo a lei. Deve sentirsi anche un oggetto per il tuo piacere in quel momento. Capisci cosa voglio dire?”

“Non proprio.”

“Devi essere sicuro di te. Devi farle capire che stai attento a non farle male, ma che non hai paura di farle male. Anzi per certi versi devi sodomizzarla come se non ti importasse di farle male. È un equilibrio sottile. Devi farle capire che sai quello che stai facendo. Ci vuole esperienza, ma se lei è predisposta a provare sono sicuro che ce la farai.”

“Ok.” rispose apparentemente non del tutto convinto.

La conversazione poi passò lentamente ad altri argomenti. Io non volevo entrare in cucina subito per non far pensare che avessi potuto sentire qualcosa. In più mi ero eccitata. In parte agitata, turbata da certe cose. Ma anche eccitata. Corsi in bagno e sentii l’urgenza di masturbarmi.

L’immagine che si formò nella mia mente mentre il piacere si impossessava del mio corpo era quella di Bernardo che faceva vedere a Giulio come si sodomizzava una donna. La donna ero io e la dimostrazione era pratica, cioè il mio patrigno mi stava inculando davanti al mio ragazzo. Nella fantasia mi giravo a guardarlo e lo vedevo che… cercai di cancellare quella immagine dalla mia mente nonostante quella stessa immagina stesse alimentando il mio orgasmo. Il mio ragazzo, le tette di mia madre, il suo cazzo fra di loro.


Il treno che avrebbe riportato Giulio a casa partiva piuttosto presto al mattino. Il piano prevedeva che mia madre lo avrebbe accompagnato mentre andava a lavorare. Io mi svegliai presto, ben prima della sveglia. Mi rigiravo nel letto e mi sentivo eccitata. Avevo voglia di toccarmi.

Dopo qualche minuto sentii che la voglia era aumentata ma subito non avevo capito in maniera conscia cosa me l’aveva fatta aumentare. Era qualcosa che vibrava in sottofondo. Erano dei suoni che avevo percepito inizialmente soltanto nell’inconscio.

Di là, nell’altra camera, Bernardo e mia madre stavano scopando. Non in modo troppo rumoroso ma il lento e costante cigolio del letto era inequivocabile.

Svegliai Giulio. Inizialmente in modo affettuoso, poi dopo un po’ gli chiesi di ascoltare, gli chiesi se lo sentiva anche lui.

“Cosa?”

“Questo rumore.”

“Ah sì.”

“Hai capito cos’è?”

“No.” disse lui, forse mentendo perché non era sicuro che io avessi capito.

“Stanno facendo sesso. Ascolta.”

“Ah, sì.” rispose cercando di apparire freddo.

“Ti eccita sentirli?” gli chiesi.

“Beh…” non sapeva quale fosse la risposta giusta che volevo sentire. Non gli diedi tempo di rispondere, cercai il suo cazzo sotto al pigiama e lo trovai duro.

“Anche a me.” lo rassicurai io.

“Anche se è tua madre?” mi domandò, in modo inopportuno.

“E a te eccita anche se è mia madre?” risposi ribattendo a lui la stessa domanda, inopportuna anche per lui.

Non mi rispose, ma io non volevo la sua risposta. Lo baciai, gli salii sopra. Iniziammo a fare sesso. Dopo tanti giorni che non lo facevamo. Ne avevamo entrambi molta voglia.

Dopo un po’ di preliminari e l’abbozzo di un amplesso lo fermai.

“Proviamoci.” gli dissi. Lui mi guardo non capendo. Intanto i rumori dall’altra stanza erano aumentati. Probabilmente era in atto una sodomia. “Nel culo. Proviamo. Sono eccitata.” gli spiegai.

“O… ok… proviamo.” disse sorpreso e impaziente.

Dal modo in cui mi prese e mi girò, con fare autoritario, capii che stava cercando di mettere in pratica i consigli di Bernardo. In modo forse un po’ goffo e impacciato, ma apprezzai lo sforzo.

Mi mise a pancia in giù e mi salì sopra, puntando il cazzo contro il mio buco.

“Ci sei?” mi chiese.

“Sì, vai. Inculami.” risposi eccitata.

“Oh no, no, no…” disse con tono sempre più disperato mentre io cominciai a sentire schizzi di sborra che mi inondavano le chiappe. Era venuto ancor prima di provare a entrare.

Cercai di consolarlo, nonostante io fossi delusa quanto lui.

Intanto di là si sentivano i colpi ritmati di due corpi nudi che sbattevano l’uno contro l’altro.

Dopo qualche minuto suonò la sveglia. Giulio si alzò. Io rimasi a letto. Lo sentii chiacchierare con mia madre mentre facevano colazione e si preparavano per andare via. Entrambi reduci da una scopata, con esiti differenti.


Mi risvegliai dopo un paio d’ore. La casa era silenziosa. Mi alzai scalza e andai in bagno a lavarmi. Indossavo soltanto una t-shirt un po’ lunga e un perizoma.

Non c’era traccia di Bernardo. Mi avvicinai alla stanza in cui dormiva con mia madre. La porta era socchiusa, dentro era ancora buio. Sentii un respirare profondo, quasi un russare.

In punta di piedi entrai, richiudendomi la porta alle spalle. Restai alcuni istanti immobile, in attesa che i miei occhi si abituassero parzialmente all’oscurità. Lui continuava a dormire.

Mi avvicinai al letto. Dalla flebile luce che entrava dalla fessura della porta intravidi il suo corpo steso sul letto. Era nudo, il lenzuolo aggrovigliato gli copriva soltanto una gamba. Il suo cazzo era appoggiato mollemente di lato ma appariva gonfio e lucido. Mi chinai verso di lui, attenta a percepire un cambio nel respiro che indicasse un principio di risveglio.

Portai la faccia a pochi centimetri dal suo cazzo. Inspirai ed annusai. Odore di sesso. Odore di sborra e altri profumi. Avevo voglia di leccarlo.

Non ricordo cosa mi passò per la testa tra quel pensiero che esprimeva una fantasia erotica e il comando che il mio cervello diede alla mia bocca, di aprirsi e tirare fuori la lingua e passarla delicatamente lungo la curva disegnata dal suo cazzo a riposo.

Ero convinta di poter interrompere quello che stavo facendo senza nessuna conseguenza. Lui era ancora nel dormiveglia, non si sarebbe reso conto di niente.

Il suo cazzo però qualcosa aveva percepito e si stava indurendo e raddrizzando. Divenne maestoso e non resistetti a non prenderne in bocca la cappella. Bernardo emise un lamento. Si mosse. Si stava svegliando.

Bofonchiò il nome di mia madre, seguito da un epiteto volgare. Pensava fossi lei, giustamente.

Ecco, ora basta. Pensai. Me ne vado e lui si riaddormenterà o al massimo penserà ad un sogno.

Ma non feci in tempo. Il suo passare dal sonno alla veglia fu istantaneo, così come il suo decidere di agire. Si tirò su, mi afferrò staccandomi dal suo cazzo e mi sbatté contro il materasso facendomi finire a pancia in giù.

“Hai ancora voglia, troia? Non ti è bastato?” mi bofonchiò all’orecchio mentre mi saliva sopra col tutto il peso del suo corpo. Sentii il suo cazzo duro colpire le mie chiappe.

Pensava fossi mia madre. Al buio non mi aveva riconosciuto.

Il suo cazzo si insinuò, quasi fosse telecomandato, in mezzo alle mie chiappe, andando a posizionarsi proprio con la punta contro il mio buchetto posteriore. C’era però in mezzo il filo del perizoma. Lui sentì quell’ostacolo. Con una mano lo spostò. Anzi, tirò così tanto e così forte che me lo strappò, facendomi anche male.

“Lo vuoi ancora?” chiese ma non aspettò una risposta.

Una spinta inesorabile. Forte e continua. Senza esitazioni. Il mio sfintere si aprì, inevitabilmente, con dolore. Poi venni sopraffatta da una sensazione travolgente. L’uomo dietro di me agiva come un animale accecato dall’esigenza di penetrare il corpo che aveva sotto. Grugniva e spingeva quasi in trance. Probabilmente la sua mente non era del tutto uscita dallo stato onirico in cui era fino o pochi istanti prima. Si era svegliato, aveva percepito accanto a se un corpo caldo e scopabile e aveva iniziato a prenderlo senza riflettere, guidato solo dall’istinto di possessione e sopraffazione.

Fu doloroso, fu sconvolgente, fu spaventoso ma fu anche una sensazione estremamente appagante di totale abbandono al maschio. Ero soltanto un culo in cui svuotarsi completamente, ma ero l’unica sua ragione di vita in quegli istanti. Ero totalmente sua e lui dipendeva totalmente da me.

Mi riempì le viscere e poi crollò sopra di me con tutto suo peso. Il suo cazzo era rimasto dentro di me. Faticai a sfilarmi da sotto. Quando ci riuscii lui era già quasi di nuovo addormentato. Chissà se avrebbe ricordato quei brevi minuti di risveglio con sodomia o li avrebbe confusi con altri sogni? Chissà se veramente non si era accorto che non ero mia madre?

Barcollai fuori, sfiancata e dolorante e con una sensazione di necessità di correre in bagno.


Per il resto della mattina non volli rischiare di incontrare Bernardo e quindi uscii di casa che lui non si era ancora alzato.

Cercai di distrarmi ma i miei pensieri si alternavano tra quello che era successo e quello che sarebbe potuto succedere. Dimenticare cosa era successo mi era impossibile: il buchetto indolenzito me lo ricordava ad ogni passo. Ma io non volevo ripensarci anche perché se ci ripensavo mi eccitavo e mi sembrava sbagliato. Era sbagliato ciò che avevamo fatto e quindi mi sembrava sbagliato provare piacere nel ripensarci. Allora provavo a pensare ad altro e finivo con l’immaginare qualcosa di ancora più sbagliato e che avrebbe dovuto ancora di più farmi sparire l’eccitazione.

Pensavo al mio ragazzo e a quando era andato via con mia madre. Pensavo a quello che si erano detti lui e Bernardo. E così finivo a creare nella mia testa l’immagine di loro che, prima di arrivare in stazione, si appartavano e lei gli faceva una sega con le tette. Quelle tette che a lui piacevano e che io non avevo. Rabbia, umiliazione e odio nei loro confronti erano le emozioni che avrei dovuto provare nel pensare a quelle cose. E invece mi eccitava anche quella ipotesi.

Quegli incroci, seppur in parte inventati, di tradimenti al confine dell’incesto mi sconvolgevano a tal punto che dovetti fermarmi, cercare un luogo appartato e darmi piacere da sola.

Tornai a casa per pranzo. Mia madre era già tornata. Salutai e mi sedetti a tavola. Io, lei e Bernardo. Restai in un silenzio imbarazzato. Lui sembrava normale. Lei anche, ma d’altronde non aveva nulla da nascondere né da sospettare.

Mi convinsi che lui, quel mattino, era ancora troppo nel dormiveglia per aver capito e per ricordare cosa era successo. Meglio così.

Dopo pranzo mi misi a lavare i piatti, come facevo spesso. Mia madre si era seduta sul divano e guardava la tv. Il mio patrigno a fianco a lei si alzò. Mi portò un bicchiere, da aggiungere alle cose da lavare.

Nel farlo si chinò verso di me, avvicinando il volto al mio orecchio.

“Spero di non averti fatto troppo male stamattina.” mi sussurrò, con tono premuroso.

Il piatto che stavo sciacquando mi scivolò dalle mani, facendo un gran rumore contro il lavello.

“Si è rotto qualcosa?” chiese mia madre.

“No.” risposi io spaventata.

“Non ti sei fatta male?” mi chiese Bernardo e io colsi il doppio senso.

“No, no, tutto a posto.”

Quindi sapeva. Sapeva mentre lo faceva, quasi sicuramente. Quindi aveva voluto farlo. Anche io avevo voluto farlo, inutile negarlo.

Poi lui uscì, aveva il turno del pomeriggio/sera in fabbrica. Restammo così sole io e mia madre.


Mi sentii chiamare dal bagno. Mia madre stava preparando la lavatrice. Forse voleva il mio aiuto.

“Tesoro, credo che quello sia tuo, però si è strappato.”

Stava spingendo dentro all’oblò della lavatrice le lenzuola dei letti e mentre mi diceva quella frase indicò qualcosa che era sul pavimento tra me e lei.

Il mio perizoma.

Lo avevo dimenticato. Troppo sconvolta da quello che era successo.

Mi sentii morire. Sentii le gambe cedere e il viso avvampare. Mia madre invece sembrava tranquilla, ma non poteva non essersi chiesta cosa ci facesse quell’indumento intimo mio nel loro letto. E se mi aveva chiamato per farmi sapere che lo aveva trovato voleva farmi capire che aveva capito qualcosa. Ma se era così perché non sembrava sconvolta e arrabbiata?

“Io… io…” balbettai senza sapere cosa dire.

Mia madre mi guardò. Sapeva. Non c’erano dubbi. Aveva capito. Dovevo dirle qualcosa. Dovevo mentire ma essere credibile. Ma non ero lucida e non riuscii a farlo, forse anche colpita dall’apparente serenità di mia madre che dava l’impressione di sapere già tutto.

“È… è stato lui… io non volevo…” dissi vigliaccamente. Poi iniziai a piangere.

“Vieni qui…” mi disse lei amorevole allargando le braccia.

Mi feci abbracciare e continuai a piangere.

“Non ti preoccupare.” mi disse. “Sapevo che sarebbe successo.”

“Co… come?” chiesi singhiozzando stupita da quelle parole e da quella reazione apparentemente calma e comprensiva.

“So come è fatto lui. Da lui me lo aspettavo. Non ero sicura di come fossi tu, ma evidentemente hai preso da me. Sei come me.”

“Come te in che senso?”

“Non sappiamo resistere a certe tentazioni. Persone poco gentili hanno tante parole volgari per definirci. Ma io so quello che provi. So come siamo fatte. Io ho rovinato il matrimonio con tuo padre per questo.”

“Io… io non so cosa dire… grazie per non esserti arrabbiata…”

“Il sesso è una cosa bella, non bisogna arrabbiarsi per quello. Non voglio rovinare altri rapporti per quello. E cerca di non farlo anche tu. Giulio è un bravo ragazzo ed è uno che può accettarti per come sei. Gestiscila bene con lui. Fagli capire come sei, con i giusti tempi e il giusto tatto. Sii sincera e complice. Portatelo dietro. Sii come sei insieme a lui.”

“O… ok. Ci proverò.”

“E poi anche lui ha qualcosa da farsi perdonare, come tutti. Come me.”

“Non capisco. Cosa intendi?”

“Non ha preso il primo treno, stamattina, ma quello dopo. Abbiamo fatto una sosta nel mezzo. Abbiamo parlato. E lui era curioso di provare una cosa.”

Il seno abbondante di mia madre era compresso contro il mio. Nella mia testa si formò l’immagine di Giulio e di lei, impegnata nel fargli provare quel tipo di rapporto, che lui chiamava spagnola, che con me veniva decisamente peggio.

Ero arrabbiata? No, non ci riuscivo. Non perché fossi colpevole anche io e quindi questo annullava ogni altro tradimento. Ero troppo felice per essere arrabbiata. Provavo una sensazione di forte libertà. Era quello che intendeva mia madre. Io e lei eravamo spiriti liberi che avevano bisogno di non avere troppe costrizioni e lo eravamo talmente che accettavano, anzi desideravano, la libertà anche per gli altri, anche quelli a noi più vicini.

Libere.

Sì, è vero, qualcuno avrebbe usato aggettivi più volgari per descriverci.

La lavatrice iniziò il suo ciclo di lavaggio. I panni sporchi sarebbero stati ripuliti. Le nostre menti perverse no, sarebbe stato inutile.

"Il sesso è una cosa bella, non bisogna arrabbiarsi per quello. Non voglio rovinare altri rapporti per quello."

Vota il racconto

Ancora nessun voto

Commenti (0)

Nessun commento ancora. Scrivi il primo pensiero su questo racconto.

Per una risposta privata dall'autore usa il form contatti. Per discutere con altri lettori puoi entrare nel club lettori su Telegram.