Una bella scoperta copertina
Un racconto di Analcoholic

Una bella scoperta

21 aprile 202611 minuti di lettura

Stasera faccio il cameriere a un evento al museo archeologico. Niente di speciale, una serata di routine per aiutarmi a pagare l’affitto

L’evento è per la nomina della nuova direttrice. Ho capito poco del contesto, solo che è una cosa importante, ci sono autorità, qualche giornalista, il sindaco. Sala grande, luci soffuse, tavoli rotondi con tovaglie bianche inamidate. Io giro con il vassoio dei calici di prosecco e cerco di non inciampare e di non urtare le persone.

Non conosco nessuno. Non mi interessa conoscere nessuno. Faccio il mio giro, sorrido, passo oltre.

Poi arriva il momento della presentazione ufficiale.

Un uomo con la fascia tricolore dice qualcosa al microfono, applausi, un altra persona dice qualcosa, altri applausi. Io sono vicino alla parete di fondo con il vassoio in mano. Guardo senza guardare davvero.

Poi sale sul palco lei. Mi blocco. Resto letteralmente fermo con il vassoio in aria.

Capelli scuri raccolti in uno chignon perfetto. Tailleur grigio. Spalle dritte. Microfono in mano. Sorride al pubblico con un sorriso calibrato, professionale, controllato. Parla di responsabilità culturale e di storia. Le parole scivolano via tutte uguali.

Io non sto ascoltando il discorso, in realtà. Sento solo il cuore che mi pulsa nelle orecchie.

La conosco. La conosco molto bene.

Quattro mesi fa. Sei. Non ricordo con precisione. L’avevo conosciuta su un’app. Nessun profilo dettagliato, nessuna foto del viso, solo due righe che dicevano qualcosa tipo: cerco incontri discreti, niente domande, niente storie. Ci eravamo scritti per due giorni e poi ci eravamo incontrati.

Ci eravamo incontrati quattro volte in totale, sempre a casa mia. Poi a un certo punto aveva smesso di rispondere. Sparita. Fine. Avevo pensato che avesse trovato qualcun altro, o che si fosse rotta le scatole di me, o entrambe le cose. Non mi aveva dato il cognome, né il lavoro, niente. Non mi aveva mai detto niente e io non avevo mai chiesto più di tanto. Solo il nome: Sofia, che a quel punto quasi mi stupivo che mi avesse dato proprio quello vero.

Sofia adesso è sul palco del museo e ne sta diventando la nuova direttrice.

Abbasso il vassoio lentamente.

Il mio cervello fa due cose in parallelo: cerca di rimanere calmo e allo stesso tempo recupera tutta la memoria disponibile su Sofia. Lei in abbigliamento casual, sul divano, che mi guardava con quella faccia da lupa famelica. Lie che mi diceva cosa fare e dove farlo, che mi chiedeva cose che non avevo mai sentito chiedere con quella voce piatta, quasi annoiata, come se stesse ordinando al supermercato. Scopami nel culo. Adesso. Senza chiedermi niente.

Sofia sul palco adesso ringrazia la commissione e il Comune e la sua famiglia.

La sua famiglia.

A quel punto il mio sguardo si sposta leggermente e lo vedo. Seduto al tavolo centrale, primo piano, un uomo sulla cinquantina con il doppio petto e l’espressione soddisfatta di chi sa di essere nel posto giusto. Applaude con entusiasmo. Deve essere il marito.

Ok. Riprendo a girare con il vassoio.

Durante la cena mi organizzo. Non è difficile: il suo tavolo è uno dei centrali, quello d’onore insieme a una decina di persone. Io posso scegliere di coprirlo. Scambio un paio di giri con un collega con la scusa che io sono giovane a differenza sua.

Mi avvicino al tavolo con il vassoio. “Prosecco?”

Lei alza gli occhi.

Il momento dura forse mezzo secondo. Ma lo vedo. Lo stupore, il riconoscimento, una cosa che percorre il suo viso e poi sparisce come se non ci fosse mai stata.

“Grazie.” dice. Prende il bicchiere. Non trema. Non cambia colore. È brava.

Il marito allunga la mano verso il vassoio senza guardarmi. “Anche per me.”

“Certo.” dico.

Me ne vado senza voltarmi.

Il responsabile mi fa cenno di spostarmi dall’altra parte. Obbedisco.

Per un po’ giro nel mio quadrante, offro da bere, sorrido. Ma ogni tanto la guardo. Parla con le persone attorno a lei. Ride quando deve ridere. Gesticola appena, mai troppo. Il marito le mette una mano sulla spalla a un certo punto e lei la copre con la sua per un secondo.

Penso a lei in piedi contro il muro della mia cucina che mi diceva di non fermarmi, di continuare, di fare esattamente quello che stavo facendo. Penso alle sue parole oscene durante quegli incontri. Non aveva aplomb, quando eravamo soli. Aveva fame.

Comincio i servizi a tavola. Si siedono, arrivano i piatti, si gira tra le sedie come ingranaggi. La riavvicino due volte. Una per versarle il vino, una per il pane. Lei non mi guarda. Fissa davanti a sé o parla con il vicino.

Poi, verso le nove e mezza, la vedo alzarsi. Si sistema il vestito, dice qualcosa al marito, lui annuisce. Si allontana verso il fondo della sala.

I bagni sono in fondo al corridoio.

Aspetto trenta secondi. Poi poso il vassoio su un tavolino laterale e la seguo.

Il corridoio è deserto. Le luci sono soffuse, per creare atmosfera nel museo.

Mi fermo davanti alla porta dei bagni femminili. Non entro, ovviamente. Aspetto.

Dopo un minuto la porta si apre e lei esce. Si ferma di colpo quando mi vede.

Per un momento nessuno dei due parla.

Poi lei si guarda alle spalle, verifica che il corridoio sia vuoto, e mi fissa.

“Cosa cazzo ci fai qui.” Non è una domanda, è una cosa che dice sottovoce con un tono che conosco. Quello che usava quando stava per perdere la pazienza e io gliela facevo ritrovare a colpi di cazzo.

“Lavoro.”

“Lo vedo che lavori.” Abbassa ancora la voce. “Cosa vuoi?”

“Io? Niente.”

“Non fare il furbo.”

“Non faccio niente. Mi è venuta voglia di salutarti.”

“Smettila.” Tiene le braccia incrociate. Porta ancora gli occhiali. “Sei qui apposta? Ti ha mandato qualcuno?”

“Sofia, sono un cameriere, mica dei servizi segreti.” rispondo ridendo.

Silenzio. Lei mi guarda. Sbuffa. Non ho idea di cosa le stia girando in testa in questo momento. Probabilmente sta calcolando il danno potenziale. Probabilmente sta decidendo se sono uno stronzo o solo un cameriere sfortunato.

Mi sposto il gilè, mi sistemo la cintura. Sento pressione nella patta dei pantaloni. Ce l’ho duro da quando l’ho vista e ho iniziato a ricordare i nostri incontri. Lei abbassa gli occhi un secondo, poi li rialza. Forse ha notato il bozzo.

“Non hai niente da fare?” dice.

“Adesso no.”

“Hai un capo, qualcuno che ti romperà le scatole se non torna in sala?”

“Probabilmente sì.”

Si morde il labbro inferiore. Non riesce a fare a meno di farlo. Lo faceva sempre quando voleva chiedermi qualcosa in più ed era combattuta tra la voglia e l’imbarazzo.

“Smettila di guardarmi così.” dice, ma è lei che ha uno sguardo allupato.

“Come ti sto guardando?”

Non risponde. Poi si volta e rientra nel bagno. Tiene la porta aperta un secondo di troppo.

Lo prendo come l’invito che è.

Entro.

Quattro lavabi, tre box chiusi, luci bianche al neon. Odore di bagni puliti di fresco. Lei è ferma davanti allo specchio e mi guarda riflesso.

“Sei folle, sei incosciente.” dice.

“Lo stai dicendo a me o a te stessa?”

Non mi risponde.

Mi avvicino. Lei non si sposta. Le metto una mano sul fianco, sopra il vestito.

“C’è mio marito.” dice.

“Lo so.”

“C’è gente che mi conosce. Tutti mi conoscono. È la mia serata.”

“Lo so.”

“Fra dieci minuti mi nominano ufficialmente direttrice di un museo nazionale.”

“Sì.”

Silenzio. Mi fissa nello specchio.

“Sei proprio un incosciente.” ripete. Ma la voce è cambiata. “È tutto così sbagliato.”

Si gira verso di me. Mi prende per il gilè con due dita. Mi tira verso di lei.

“Non fare rumore.” dice.

Poi si inginocchia.

Non ci mette tempo. Non ci ha mai messo tempo, quando decideva. In un istante non è più la Sofia pubblica, è diventata quella privata.

Mi sbottona i pantaloni, mi tira fuori il cazzo. Lo prende in bocca senza preamboli. Non è un pompino delicato. È esattamente come lo ricordavo, vorace, concentrato, con quella specie di urgenza che ha sempre quando vuole qualcosa.

Appoggio una mano al lavabo per tenermi. Con l’altra le sfioro i capelli, piano, senza spettinarla.

Ci pensa lei. Io sto fermo e cerco di fare silenzio. Iniziavano così anche i nostri incontri. Prima aveva bisogna di prendere in mano la situazione, per controllarla. Poi si lasciava andare e si abbandonava.

Dopo qualche minuto si alza. Non si pulisce le labbra. Si gira verso il lavabo, appoggia le mani sul bordo, si piega leggermente. Mi guarda nello specchio. Non dice niente, non ce n’è bisogno. Sappiamo entrambi cosa deve succedere.

Le tiro su il vestito. Sotto non ha niente. Resto un secondo fermo.

“Non ci credo.” dico. “Te le sei appena tolte, vero? Vuol dire che speravi che io ti seguissi qui in bagno, vero?”

“No.” dice. Ma non è convincente.

Le lecco un dito, anzi due e glieli ricopro di saliva.

“Preparatelo.” le dico mentre io mi sputo sul cazzo e cerco di inumidirlo il più possibile.

Lei emette un suono basso, un gemito, mentre si infila un dito nel culo per allargarlo un po’. Poi l’altro dito e un altro gemito. Si irrigidisce e poi si rilassa. Infine si rilassa del tutto e si sposta per farmi spazio.

Entro piano, piano, mi fermo, aspetto che mi dica qualcosa. Non dice niente, quindi proseguo.

È stretta e calda e mi guarda nello specchio con la bocca semiaperta. Gli occhiali sono rimasti sul naso.

“Mi fai male, così.” sussurra.

“Smetto, se vuoi.”

“Stai zitto.” risponde.

La tengo per i fianchi, sotto il vestito. Muovo lentamente, poi meno lentamente. Lei abbassa la testa, poi la rialza. Apre la bocca, non fa uscire niente.

“Quanti di quelli di là conoscono i tuoi gusti sessuali come li conosco io?” le grugnisco nell’orecchio mentre ormai la sto inculando con vigore.

“Nessu… no, una persona… sì…” risponde lei ansimando.

“Ok. Escluso tuo marito.” commento.

“No, non lui. Lui non conosce questa Sofia. C’è una mia amica. Lei lo sa. Sa tutto.”

“Sapeva anche di me?”

“È lei che mi aveva consigliato l’app.”

“Pensa se ti scoprissero. Pensa se entrasse qualcuno adesso. Sarebbe una bella scoperta. Pensa lo scandalo…”

“Sme…tti…la. Sta..i zi…tto…” dice faticosamente.

“Perché?” le chiedo io ma conosco la risposta che non arriva. Perché sta godendo. Le mie parole, quella prospettiva indicibile le ha fottuto la testa più di quanto il mio cazzo le sta fottendo il culo e le ha causato un orgasmo che la scuote, le fa cadere gli occhiali e le fa contrarre ritmicamente l’ano attorno al mio cazzo. Riesce però a venire silenziosamente. Non come faceva a causa mia, con quelle urla da lamentele dei vicini.

Vengo anch’io, dentro di lei, senza avere altra scelta, e resto fermo qualche secondo con la fronte quasi appoggiata alla sua nuca.

Il tutto è durato pochissimi minuti, non poteva che essere così. Non potevamo rischiare oltre e il rischio era un amplificatore per farci godere.

Silenzio.

Lei si raddrizza. Abbassa il vestito. Si rimette gli occhiali. Si guarda nello specchio, controlla i capelli, sistema un ciuffo. Prende un pezzo di carta asciugamano, si pulisce le labbra da quello che c’era ancora. Poi si guarda ancora, sembra soddisfatta.

“Come sto?” dice.

“Benissimo.”

“Non si vede niente?”

“No.”

Prende le mutande dalla borsa e le reindossa. Rimette a posto il vestito ancora una volta, perché non faccia pieghe sui fianchi. Gli occhiali li sistema con un dito.

Mi abbottono i pantaloni. Mi sistemo il gilè. Sembra quasi che non sia successo niente, tranne per il fatto che sono entrambi leggermente rossi in faccia e lei ha una certa aria che conosco, quella di chi ha appena fatto una cosa e non se ne pente.

“Esci tu prima.” dice.

“Ok.”

“E non venire più al mio tavolo.”

“Come vuoi. Complimenti per la nomina.” dico.

Mi fa quasi un sorriso. Quasi.

Esco nel corridoio, che è ancora deserto. Torno in sala, riprendo il vassoio dal tavolino, ricomincio a servire.

Cinque minuti dopo lei rientra. Raggiunge il suo posto, bacia il marito sulla guancia, risponde a qualcosa che le dice, sorride con quello strano sorriso controllato.

Alle dieci il presidente del consiglio di amministrazione prende il microfono e ringrazia tutti, poi la nomina ufficialmente. Applausi. Lei si alza, va al microfono, tiene un discorso di qualche minuto. Ben più che il nostro incontro. Voce ferma, qualche citazione, una battuta che fa ridere gli astanti.

Io sono in fondo alla sala con il vassoio.

La guardo e mi riesce difficile concentrarmi su altro.

Ha la mia sborra nel culo mentre parla dell’importanza del patrimonio culturale. E lo sa. E continua a parlare benissimo lo stesso.

Finisce il discorso, applaude insieme agli altri, si siede.

Non mi guarda.

Non mi aspetto che lo faccia.

Prendo il vassoio e vado a raccogliere i bicchieri vuoti.

"Come sto?" dice. "Benissimo." "Non si vede niente?" "No."

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